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Due personaggi, quattro nomi, un mito comune. Ci sono tanti aspetti che accomunano i docufilm Diego Maradona (nelle sale italiane fino a oggi)  e Amy - The Girl Behind the Name. Intanto il regista, ovviamente. Quell’Asif Kapadia in grado di trasformare un’unione di scene e immagini leggendarie, viste e riviste su tutti i dispositivi del mondo, in qualcosa che sembra inedito e sorprendente grazie al sapiente mix con filmati privati. Poi il taglio dato alla storia.

In entrambi i casi, c’è una prima parte dei docufilm che scorre apparentemente spensierata, fatta di successo, vittorie, magie, capolavori e clamore del pubblico. Diego segna, stupisce con le sue giocate, si prende Napoli e il Mondiale con l’Argentina, festeggia e si diverte davanti alle telecamere. Amy scrive pezzi straordinari, promuove il suo primo disco, Frank, che è un successo di pubblico e critica ed è chiacchierona e ironica con i media. Entrambi partono da realtà di nicchia (un Napoli salvo per miracolo e i piccoli locali jazz) per portarle in vetta in una dimensione mainstream (scudetto e mondiale in Messico, dischi di platino e tour mondiali).
C’è poi una seconda parte fatta invece di solitudine o (che forse è anche peggio) compagnie sbagliate, baratro, depressione, senso di abbandono, tragedia e tentativi di riabilitazione da droga e alcool. In mezzo i tentativi di uscire dalla propria metaforica prigione con la forza e la rabbia: Maradona con lo scudetto del 1990 vinto nonostante gli scontri con il presidente Ferlaino e il ritorno al gol a Usa ’94, Amy con l’album Back to Black, successo mondiale nonostante i dissidi con la casa discografica Island Records. Il film come metafora della vita di due grandi personaggi, geni talentuosi che però per qualche strano motivo non sanno vivere senza essere sopraffatti dalla propria genialità o talento.

Gli eroi son tutti giovani e belli, canta Guccini ne La Locomotiva. Amy e Diego sono stati giovani e belli fino a quando sono stati in grado di rimanere eroi. Poi se ne sono andati, lasciando questo mondo (Amy) o auto distruggendosi pur rimanendo in vita (Diego), per quello strano perverso meccanismo che non ti permette più di essere un nome dietro al personaggio. “Con Diego andrei in capo al mondo ma con Maradona non farei un passo”, afferma il personal trainer del Pibe de Oro, Fernando Signorini, nel documentario di Kapadia. “Non voglio essere una star, sono solo una ragazza che canta”, dice Amy tra i filmati della pellicola del 2015. Diego e Maradona, Amy e Winehouse si incrociano tra confusione e pazzia per scatenare il genio, perché alla fine tra persone e nomi ciò che resta sarà sempre il mito.