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Auguri “Moccioso”, 60 anni di genio e sregolatezza. Con il compleanno di John McEnroe si festeggia soprattutto la ribalta del tennis rock and roll. Tre titoli di Wimbledon, quattro US Open, 5 Davis Cup, 77 tornei ATP, 4 anni di fila (1981-1984) da numero 1 al mondo risultano quasi riduttivi di fronte a quello che ha rappresentato il talento newyorchese per il mondo del tennis. Da quando John è atterrato su un campo, infatti, racchetta di legno alla mano per il suo primo torneo da professionista, lo sport (e non solo quelli di racchetta) è cambiato definitivamente. McEnroe è l’assolo psichedelico di Hendrix nell’underground di Harlem, il punk dei Ramones nel Queens dei primi anni ’70: è il “passante lento” lungolinea dall’esecuzione rapida che svolta la storia di una partita.

McEnroe è arrivato nel mondo ATP con un tennis difficilmente riproducibile, fatto di estro, tocchi geniali, colpi che non ti aspetti e trovate sorprendenti. Un gioco tutto d’attacco, che ti prendeva in controtempo grazie al suo rovescio mancino e a un gioco al volo (il famoso “tennis ping-pong) che l’avversario difficilmente riusciva a contrastare, tanto da permettergli nel 1984 di vincere 82 partite, perdendone solo 3 (miglior ratio vinte-perse dell’era Open). E gli avversari lo rispettavano, come lui rispettava loro, in un periodo storico fatto di grandi rivalità da una parte all’altra della rete, su tutte si ricordano quelle con Jimmy Connors, Ivan Lendl e soprattutto Bjorn Borg.

Le sfide leggendarie con il tennista svedese sono state ai limiti dell’epica, tanto da essere raccontate in un efficace biopic cinematografico da Janus Metz Pedersen nel 2017. Un dualismo stile Beatles-Stones, con McEnroe, sempre fuori dalle righe dentro e fuori dal campo, a fare la parte tarantolata di Mick Jagger e compagni mentre Borg manteneva un aspetto glaciale, celando le sue inquietudini come l’abito da baronetti nascondeva la reale indole di Lennon, McCartney, Harrison e Ringo agli esordi. E come tutti i grandi musicisti che si rispettino, McEnroe non si è fatto mai mancare gesti inconsulti, sfogando la sua rabbia contro arbitri, giudici di linea e cameramen. Quante volte la racchetta di John si è schiantata a terra, come una Stratocaster bruciata da Hendrix o una Rickenbacker sfasciata da Townshend degli Who, per una protesta nei confronti dei giudici, veri antagonisti che garantivano al moccioso la giusta energia per diventare imbattibile sul campo. Come quella volta a Wimbledon nel 1981, quando in seguito a una chiamata out su un servizio, Mac si infuriò e gridò in faccia all’arbitro un rabbioso “You cannot be serious”, diventato storia del tennis, claim pubblicitario, titolo di un’autobiografia e soprattutto slang.

Una forte e significativa rottura nel bianco, preciso e patinato mondo dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club. Rockstar del tennis, McEnroe è stato in grado di sorprendere tutti anche dopo aver appeso la racchetta al chiodo, come quando nel 2006 (12 anni dopo il ritiro) partecipò al Sap Open a San Josè e vinse il torneo di doppio all’età di 47 anni in coppia con Jonas Bjorkman, diventano l’unico uomo a vincere un torneo Atp in 4 decenni differenti. Leggenda ribelle tutta tennis e rock, anche McEnroe (come un altro geniale John) ha fatto partire la sua rivoluzione da un rettangolo: dal Bed-in al Court-in.