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E’ una storia molto triste quella che fa capo al nome di Fabrizio Miccoli, un ex ragazzo del Sud al quale il calcio aveva offerto l’opportunità clamorosa di riscatto sociale. Che avrebbe potuto essere utile, come insegnamento, a tutti i giovani nati in una terra che ben poco offre a chi pure dovrebbe averne diritto. Il finale di questa vicenda è disarmante. Miccoli è stato condannato in Appello a tre anni e sei mesi di prigione per “estorsione aggravata dal metodo mafioso”.

E’ una storia che merita attenzione, al di là della cronaca giudiziaria, perché offre lo spaccato di quel che talvolta l’uomo riesce a fare contro se stesso mandando a carte quarantotto la fortuna che la sorte gli aveva destinato con la garanzia di poter vivere una vita assolutamente differente da quella prospettata dalla nascita in un luogo comunque difficile. Fabrizio Miccoli, salentino di provincia, questo è riuscito fare confondendo il suo ruolo di personaggio comunque celebre con quello di chi presume di rimanere impunito a prescindere.

Possedeva tutte gi attributi adeguati per diventare quel “piccolo Romario”, così era stato ribattezzato, del nostro calcio. Il suo idolo era Maradona tanto che battezzò con il nome di Diego il suo primogenito. Ricordo, era la stagione 2003, che un pomeriggio mi ritrovai in un paesino del Leccese dove viveva la famiglia Miccoli. Lui non c’era. Una casetta semplice e decorosa che profumava di buono. Intervistai la moglie, Flaviana, che teneva in braccio il piccolo Diego e che mi parlava di suo marito come di uno fra gli uomini più buoni e più altruisti al mondo. Il fatto che fosse un campione emergente era per lei un fatto del tutto marginale.
Miccoli, in quell’anno, giocava nella Juventus di Marcello Lippi insieme con tutta una serie di fuoriclasse davvero eccezionali sia come atleti e sia come uomini, da Del Pero e Buffon in avanti. Eppure non era felice. Piuttosto estraneo al gruppo fin dai primi giorni del ritiro ad Acqui Terme dove una sera lo incontrai solo soletto mentre beveva una birra seduto davanti al chiosco della fiera paesana. Gli altri erano tutti in albergo. Trascorremmo un’oretta a parlare in maniera informale. Ad un tratto tirò su il bordo destro della tuta e mi indicò il polpaccio dove spiccava il tatuaggio con il volto del Che Guevara. “Il presidente Grande Stevens vorrebbe che lo cancellassi. Ma io non ci penso proprio”, mi disse.

Un piccolo dettaglio, certamente, ma anche un segnale che la storia non cominciava bene. Infatti finì presto e malissimo. Peccato perché se Miccoli, oltre alle sue doti naturali di giocatore talentuoso, avesse avuto l’intelligenza di capire che il destino gli aveva offerto su un piatto d’oro l’opportunità di frequentare una scuola di grande formazione anche sociale probabilmente oggi la sua fotografia potrebbe trovarsi nella galleria dei famosi bianconeri e non negli archivi dei condannati.