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L'allenatore della Fiorentina, Sinisa Mihajlovic scrive per il Corriere dello Sport:
Il calcio italiano sta vivendo un momento delicato e particolare, per questo, adesso più che mai, società, allenatori e giocatori devono lavorare per creare delle basi solide che possano durare nel medio-lungo termine. L’esperienza dell’Italia in Sudafrica e la crisi delle varie nazionali Under, sono un sintomo evidente di come il calcio italiano nell’ultimo periodo sia "malato". Il futuro però è nelle nostre mani, una delle cure è il seminare ed investire sul settore giovanile.

Nel calcio, come negli altri sport, è tutta una questione di cicli, una volta che se ne esaurisce uno bisogna avere la forza di aprirne un altro che possa durare il più a lungo possibile; valorizzare ed investire sui giovani potrebbe essere la medicina ideale per far ripartire il calcio italiano. La volontà di società e tecnici però non basta, la verità è che alla base c’è un problema di cultura sportiva: in Italia c’è una cultura sportiva e calcistica diversa che negli altri paesi e, soprattutto, visto che ne ho fatto parte, le differenze sono evidenti rispetto alla cultura sportiva dei paesi dell’Est Europeo.

Io sono serbo, ma mi sento di abbracciare e poter parlare, in questo caso, ad un livello di analisi calcistica che riguarda tutto l’Est Europa: in Italia ci si concentra molto sulla tattica, sul fermare l’avversario, sulla distribuzione del gioco, da noi, invece, si cerca di premiare e valorizzare la tecnica, il possesso palla, la fantasia, il divertimento. Vi lancio una provocazione: vi siete chieste come mai tutti i calciatori che vengono dall’est europeo, a parte qualche eccezione, sono tutti molto bravi tecnicamente?

In Italia sicuramente ci sono tanti giovani interessanti, basta anche solo soffermarsi a vedere una partita del campionato Primavera per capire che la qualità non manca, credo che con l’inserimento di Baggio, Rivera e Sacchi tante cose potrebbero migliorare. Noi come tecnici abbiamo il dovere di trovare e dare spazio ai giovani che le nostre società ci mettono a disposizione, anche se in questo processo subentra un’altra problematica a mio avviso importante: in Italia non viene dato tempo ai giovani di crescere e agli allenatori di valorizzarli; la politica del risultato fine a se stesso è troppo marcata.

Valorizzare i giovani in questo modo diventa difficile. I giovani crescono e maturano solo se si confrontano con calciatori più anziani e più esperti, se affrontano sfide importanti da un punto di vista tecnico ma soprattutto psicologico. Però non viene concesso né al giovane il tempo di affermarsi né al tecnico il tempo di testare il ragazzo. E se l’Italia non capisce che la giovane età non frena l’estro e la classe che uno ha dentro, a mio avrà sempre maggiori difficoltà nel vedere delle nazionali vincenti.