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Sinisa ha un grosso cappello rosso che non si toglierà mai durante la conferenza stampa, la prima dopo il trapianto osseo. I segni della malattia sono visibili ma se anche non lo fossero ci pensa lui a parlarne: «Sono arrivato a 72 chili, ora ho ripreso un po’ di peso».

Sinisa siede accanto ai medici che lo hanno guarito, che lo stanno guarendo. Sarà ufficialmente un ex malato di leucemia acuta mielosa solo fra 5 anni, fino ad allora sarà un esame continuo.

Sinisa racconta quei giorni, questi giorni, ed è mentre ringrazia loro, i medici, gli infermieri, quell’infermiera dura e generosa che si fermava a parlare con lui della vita, è durante quei ringraziamenti che la voce si incrina per la prima volta. Si ferma, dice: «Aspettate...». Perché quella parola che sta per dire provoca un rumore, un frastuono di sentimenti: «Grazie soprattutto a mia moglie, l’unica persona che conosco che ha più palle di me. “Ti amo, Arianna”». I figli, il fratello, la mamma e si ferma ancora: «Qualcuno ha un fazzolettino?».

Ora Sinisa non è più un super-uomo, ora è solo un uomo e anche se intorno l’amore è quasi soffocante ha imparato ad essere un uomo solo. Lì dentro, dentro l’ospedale, dentro la malattia, dentro il dolore era così, solo con i suoi pensieri. Nemmeno al professore che gli sta accanto e che spiega il percorso di quattro durissimi mesi piace il termine guerriero. La vita, questo pezzo di vita, ha insegnato a Sinisa che solo soffrendo si è forti davvero. «In ospedale non mi sono mai sentito un eroe, ma solo un uomo. Forte, che non vuole arrendersi, ma un uomo con tutte le sue fragilità. Voglio dire a tutti i malati di leucemia che non c’è da vergognarsi ad avere paura, a piangere, a disperarsi, ma che mai devono perdere la voglia di vivere».
L’allenatore che prende a calci nel sedere i suoi giocatori è in un angolo. Tornerà, come no, anche nel corso di questa conferenza, ma adesso il pensiero che lo accompagna è diverso, è il pensiero della paura. «Ne ho ancora tanta, di paura. Per la prima fase di chemio sono dimagrito 13 chili. Adesso prendo 19 pastiglie al giorno, sono dei bomboloni grossi così. Io spero di diventare un uomo migliore. Nella mia vita precedente non avevo pazienza, adesso sì. Adesso anche una boccata d’aria mi rende felice». La sua vita precedente, la chiama così. Il suo orgoglio smisurato è stato costretto a fare i conti con l’umiltà, con la richiesta di aiuto. Non è più super, ma resta l’uomo e questa voglia di raccontare alla gente le sue sofferenze, di spogliarsi della sua corazza di guerriero, lo rende più vero e per questo più speciale.

I giocatori hanno appena lasciato la saletta della conferenza, gli avevano fatto una sorpresa sfilando poco prima davanti ai suoi occhi, pur sapendo che con loro sarebbe stato schietto, sarebbe tornato il Sinisa più duro e meno comprensivo: «Lo so, mi vogliono bene, ma da loro mi aspettavo di più. Io ho fatto dei sacrifici, ho lottato, ero davanti a skype anche con 40 di febbre, con la speranza di rivedere in campo questa forza e purtroppo non sempre è successo. Ora sono incazzato con i giocatori. Ho già detto che da adesso in poi voglio da tutti il 200 per cento. Chi non lo darà, farà i conti con me e sanno che non è una cosa bella». Spalle al muro, ecco l’allenatore Sinisa, così sincero da non riuscire ad assolvere nemmeno il suo amico e vice Tanjga. «Anche da lui mi aspettavo di più». Non si aspettava tanto affetto dal mondo del calcio: «Prima ero uno che divideva la gente, o mi amavano o mi odiavano, la malattia ha unito». E riunito: «Erano quattro anni che Mancini ed io non ci parlavamo per una cosa nostra. E’ stato lui a chiamarmi e mi ha fatto felice».

Sinisa sta per salutare, vuole solo ricordare il post di sua moglie quando è uscito dall’ospedale: “Era una frase di Eros Ramazzotti: “Più bella cosa non c’è”. Era bellissimo uscire dall’ospedale. Adesso però voglio citare Vasco: “Eh già, sono ancora qua”. E aggiungo: e sarò ancora qua”». Questo è Sinisa Mihajlovic, l’uomo".