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Peggio di così non poteva cominciare il rush finale del campionato del Milan. Il pareggio contro la Sampdoria ha tutte le sembianze di una sconfitta. Sconfitta evitata solo da un colpo di classe del protagonista che proprio non ci si aspettava, Hauge, il solo rossonero a cui ha giovato la sosta delle nazionali. E allora partiamo proprio dall’unica nota lieta del sabato pre-Pasquale di S. Siro. Nonostante il periodo buio nel Milan il ct norvegese ha convocato lo stesso il giovane attaccante per capirne di più e l’ha testato per 45 minuti contro Gibilterra. La prestazione e l’atteggiamento di Hauge non sono andati giù a Solbakken che l’ha bacchettato in conferenza stampa criticandone lo spirito e la condizione fisica. Dopodiché l’ha messo sotto a lavorare duro durante nel ritiro di Marbella e Hauge ha solo guardato dalla panchina i compagni nelle altre due gare contro Turchia e Montenegro. Il metaforico “bastone” di Solbakken ha giovato subito al talento norvegese che infatti contro la Sampdoria ha messo in mostra quelle qualità che sembravano già smarrite. Con i giovani spesso il “bastone” funziona. Più e meglio della carota.

Stupisce che Pioli alla vigilia della partita avesse parlato di Hauge “in calo fisiologico” e di Theo Hernandez “rigenerato dalle due settimane di lavoro a Milanello”. La partita contro la Samp ha detto l’esatto contrario. Il francese è stato asfaltato nel primo tempo sulla sua corsia e poi si è presentato in versione Babbo Natale nella ripresa quando ha servito all’incredulo Quagliarella l’assist per il gol blucerchiato. Dall’altra parte il gioiellino norvegese ha evitato a Pioli e company di passare una Pasqua “di passione”.

Dispiace dirlo, ma l’analisi prepartita del tecnico e l’approccio con il quale il Milan è sceso in campo alle 12.30 hanno dimostrato che la ripresa del campionato è stata gestita malissimo a Milanello. Nessuno ha inculcato nei giocatori l’importanza della partita contro la squadra di Ranieri. Tant’è vero che gente come Calhanoglu che aveva dato il massimo nelle partite della Nazionale, si è ritrovata a S. Siro con lo spirito della scampagnata di fine stagione. Dopo anni passati a commentare i giocatori che “snobbavano” le rispettive nazionali per dare la precedenza ai vari club, al Milan stavolta si è registrato il fenomeno opposto.
E, ancora una volta, non a caso, è stato Ibra a tracciare la strada. Come normale che sia, gli altri lo hanno seguito a ruota. Dopo 3 mesi pieni di infortuni, Sanremo e richieste di rinnovo, Ibra ha dedicato tutto se stesso al ritorno nella nazionale svedese. È tornato affaticato, come logico che sia a quasi 40 anni e dopo l’ennesimo infortunio. In campo contro la Samp si è visto subito che non era il solito trascinatore e infatti non è riuscito a infondere nella squadra l’ossessione della “vittoria a tutti i costi”.

Pioli si è adeguato facendo partire dall’inizio Castillejo al posto di Rebic e testando Saelemakers terzino, quasi come se la vittoria contro i blucerchiati fosse una mera formalità. Ne è uscita una prestazione incolore in cui il Milan non ha mai tirato in porta per 82 minuti e ha faticato a pareggiare, nonostante la superiorità numerica. Leggerezze gravissime come quelle di Hernandez (e per fortuna che si era rigenerato...) capitano quando concentrazione e motivazioni mancano gravemente. Dato per tramontato definitivamente il sogno scudetto, sarà bene che a Milanello si cambi rapidamente atteggiamento e che si riattacchi la spina, invece di pensare ai rinnovi, alle partenze, agli Europei e ai movimenti di mercato. Visto che il gruppo è composto soprattutto da giovani, sarà bene tirare fuori il “bastone” proprio come ha fatto Solbakken in Spagna con Hauge. Se il Milan vuol essere sicuro di entrare nelle prime 4, le coccole, le scuse e le giustificazioni devono finire qui. Subito. Per tutti. Anche per Ibra.