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"Un angolo per chi ha la visione del calcio di Nick Hornby, per chi vive la partita come un film, per chi reputa Babangida il miglior calciatore della storia. Un piccolo mondo per chi non ha scritto calcio con il pallone tra i piedi, ma con una penna tra le dita, una telecamera sulla spalla o un joystick in mano, per quelli cresciuti a pane, nutella e Holly e Benji . Il calcio visto con gli occhi, e gli occhiali, del Nerd".

“Dignità e orgoglio non hanno prezzo”.
Questo il messaggio che, tramite il suo avvocato, Marco Giampaolo fece arrivare a Massimo Cellino, voglioso di riaverlo in panchina a Cagliari. E da qui bisogna partire per capire l’uomo Giampaolo, uno che nella sua carriera non ha conosciuto mezze misure. Lo sanno bene, anzi benissimo, a Brescia. Gli hanno rinfacciato i “mille giorni senza vittoria” quando la maggior parte di quei giorni sono stati di vacanza forzata; gli hanno contestato la scelta di portare Fabio Gallo (passato dal Brescia all’Atalanta da calciatore) come assistente nelle Rondinelle; fu attaccato dal presidente Gino Corioni per gli allenamenti troppo duri ai quali erano costretti i suoi talentuosi attaccanti. E fu così, che se andò.




CHI L'HA VISTO? - Sì, se ne andò. Il 21 settembre del 2013 il suo Brescia perde contro il Crotone di Drago: va a segno un giovane Bernardeschi per i Pitagorici, fa una papera il giovane Cragno per le Rondinelle. Altra era calcistica. La Curva Nord contesta, rivuole la bandiera Calori in panchina, chiede un confronto con Giampaolo e Zambelli, che sollecitati dalla Digos incontrano gli ultras. E l’allenatore di Giulianova, nato a Bellinzona, non la prende bene, decidendo di non parlare coi giornalisti nel post partita. Ma decide di parlare con la dirigenza bresciana: “Mi dimetto”. “Ne parliamo domani” la risposta di Gino Corioni. Ma "domani" Giampaolo non si presenta all’allenamento. E il telefono è spento. Lo sa Corioni, che prova a chiamarlo invano per tutto il giorno. Il lunedì, due giorni dopo, Giampaolo ancora non si vede, e il Brescia dirama un comunicato ufficiale, dove spiega la situazione, con la squadra affidata al suo collaboratore Micarelli. Il martedì il telefono dà segnali di vita, ma Giampaolo non risponde ancora. I protagonisti della faccenda chiamano amici e familiari, persino la redazione di Chi l’ha visto sta pensando di muoversi, dedicargli un servizio. Salvo non affondare il colpo, come spiega Federica Sciarelli all’Adnkronos: “Ci hanno tranquillizzato e ci hanno detto che Giampaolo è sparito solo per loro”. Ma dov’è Giampaolo? A Giulianova. Così dice il fratello. Mentre è a Brescia, chiuso in casa, per il ds dei lombardi Iaconi. Poi, ci pensa il diretto interessato a rompere il silenzio: “C’è un concetto che per me non ammette deroghe: la dignità. Viene prima di tutto. Andare a colloquio per rendere conto ai tifosi è stato umiliante, inaccettabile, e la società avrebbe dovuto tutelarmi. Mi sono dimesso la domenica e sono restato a casa a Brescia, ma il mio silenzio è stato manipolato dalla società per creare una sceneggiata”. 




ORA MANCA IL GIOCO - Altro calcio, stesso Giampaolo. Sì, perché per l’attuale allenatore del Milan, in difficoltà di gioco e risultati, contestato dal tifo rossonero, accolto dai fischi della Curva Sud nella sfida contro la Fiorentina, persa poi 1-3, la dignità e l'orgoglio vengono sempre prima di tutto. E se è rimasto al Milan, senza farsi da parte, vuol dire che crede in quello che fa, crede nella società e crede nei suoi giocatori. Da Chi l’ha visto?, quindi, non è il tecnico abruzzese, presente in panchina, a urlare “testa alta” a Romagnoli e compagni e a dare indicazioni ai suoi uomini, ma il suo gioco. Quello per cui è stato scelto da Maldini in prima persona si è visto solo sotto il sole cocente americano e nei primi 60 minuti della sfida, persa, contro il Torino. Giampaolo c’è, il suo gioco no. E per salvare la panchina ha bisogno di ritrovare il secondo, immediatamente. "Dignità e orgoglio non hanno prezzo", ma il tempo, per Elliott, sì.