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Sul campo il Milan perfetto presentato da Vincenzo Montella a Doha ha inflitto una lezione multipla non soltanto ai suoi avversari, accompagnati come sempre da uno schiacciante exit-poll nei pronostici. Mentre Allegri sfogherà a calci la sua rabbia, nel sedere dei suoi giocatori e magari a uno specchio, sarà bene infatti che vecchi e nuovi proprietari rossoneri passino al setaccio la moltitudine di significati che la vittoria della Supercoppa accompagna il presente e il futuro di questo club. 

Montella ha innanzitutto esaltato la virtù impostagli dalla necessità nel rigenerare anime perdute come Paletta e i suoi raptus, De Sciglio e i suoi black-out, Bertolacci e il suo disorientamento, Pasalic e il suo anonimato, Abate e i suoi limiti difensivi, elevando Suso a una delle migliori ali destre del campionato italiano e non solo, affidandosi per forza - infine - all'imberbe Locatelli e al battezzato Donnarumma. Tutti allineati su un percorso in salita che prevede organizzazione, quadratura, umiltà, sacrificio, convinzione, grinta, cameratismo. 

I valori del Milan restano complessivamente inferiori a quelli di almeno 4 squadre italiane, questo a Berlusconi, Galliani, Fassone e ai cinesi deve rimanere molto chiaramente impresso nel cervello, ma l'allenatore ha saputo in pochi mesi amplificare così bene lo spirito del gruppo al punto di mistificarne sapientemente i molti limiti tecnici e caratteriali. 
L'ascesa in campionato accompagnata da prestazioni convincenti e dalla doppia vittoria sulla Juve in soli 2 mesi, certifica la crescita di una squadra sulla quale non pareva saggio puntate nemmeno un centesimo. 

Il Milan sa vincere nonostante un centravanti che non segna più, nonostante un centrocampo asfittico e intermittente, nonostante qualche puntuale svarione della difesa. Perché? Perché ciascuno dei suoi interpreti cerca puntualmente di porre rimedio alle proprie amnesie, raddoppiando gli sforzi nei 90 (o 120) minuti. 
Nessuno resti abbagliato dalle potenzialità di questa squadra, cui Montella cerca di inventarsi piccoli valori aggiunti in una rosa scadente. Se Zapata, Honda, Rodrigo Ely, Honda, Luis Adriano, Poli, appaiono ormai da scatoloni in soffitta, per contro il tecnico strofina energicamente la lampada di panchinari qua e là promossi titolari per dare fiato alla banda, non essendosi mai arreso a Lapadula, Sosa, Mati, Antonelli ben sapendo che dal mercato di gennaio non potrà avere né arricchimenti, né probabilmente sfoltimento alcuno. 

La Supercoppa italiana 2017 ha una proprietà precisa e definita, contrariamente alla società che l'ha vinta. È di Vincenzo Montella. Un allenatore che sa lavorare nel chiuso del suo laboratorio tenendovi blindati assistenti e allievi, lontani dal cicaleccio intorno a volti sconosciuti con occhi a mandorla nel buio. Violentando qualche sua idea di calcio per scoprirne qualcuna di nuova, produttiva, efficace nonostante l'apparente utopia. A Doha il Milan non si è solo difeso in attesa: ha alzato la testa ed è andato all'attacco. Più coraggioso e volenteroso della Juventus. Conquistando un premio meritato, inatteso, fondamentale per ripartire guardando al futuro con razionale entusiasmo. 

Per vincere qualcosa di più importante questo è un primo fondamentale passo che non illude Montella, ma soprattutto non deve esaltare, fuorviare, ingannare chi è chiamato adesso e chi lo sarà tra breve a ridare seguito ai trofei. Ritrovando tutti quegli ingredienti che hanno consentito di vincerne 29 in 30 anni. 

@lucaserafini4