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È un uomo che non sa vivere per finta e che non finge per sopravvivere. Massimiliano Mirabelli è schietto, come il sigaro che fuma per farsi compagnia nei lunghi silenzi che nutrono le sue riflessioni. Quei silenzi che anche sua moglie ha imparato a non interrompere. Parla poco, si inquieta molto. Si placa con la vita vera, col vento di mare che gli riempie i polmoni e con battute di pesca che rendono cenere il toscano antico. 
 

La mia quarantena? Passeggiate in giardino. Penso, telefono, mi aggiorno. E poi guardo tutti quei video che avevo lasciato indietro. Mi godo la famiglia, apprezzo la quotidianità che prima non avevo sotto gli occhi. Vedo le mie figlie studiare, trascorro tempo con loro e in più sto arricchendo le mie basi in cucina”. 

Ci sveli il suo cavallo di battaglia.
“A patto che non lo banalizziate. È una ricetta semplice ma dal gusto inarrivabile. Il piatto forte è Lagane e ceci. Richiede tempo, almeno per come la faccio io, che amo far cuocere i ceci tutta notte in una pignatta in camino. Ovviamente con tanto peperoncino. Mi appassionano i primi piatti ma ultimamente anche con la pizza non scherzo.”

Questo dedicarsi farà piacere anche a sua moglie. 
“Bisognerebbe chiederlo a lei. In effetti mi ha smosso questa curiosità, aspetti un attimo”. (Attesa di pochi secondi, si percepisce il cambio stanza dall’aprirsi di una porta e poi…) “Serena, al telefono mi chiedono se sei felice della mia presenza a casa in pianta stabile, cosa posso dire in merito?”. (Altra piccola attesa…) “Che spero davvero possa finire presto questa quarantena”. Risate. 

È una donna simpatica. 
“Si, poi non è semplice vivere con me in casa. Il mio carattere è sempre quello…”

Le manca il calcio?
“Mi manca il campo, la programmazione del lavoro. Per il resto vivo di calcio, osservo prospetti del domani. Adesso dal video, poi andrò sul posto appena sarà possibile”. 

Qualcuno ha rubato il suo occhio?
“Forse si, ho visto quelle cose che mi portano in là col pensiero, qualche ragazzo che sa rompere la noia di questi giorni”.  

Ci dica. 
“Neanche sotto tortura. Mi scusi, che faccio, mi brucio il campo così?”.

Ma ci dia qualche indizio. 
“Al massimo a microfoni spenti, visto che la conosco da anni e che mi fido. Così va a guardarselo anche lei. Ma a fine intervista”. 

Ce lo dice cosa deve avere un bravo osservatore?
“A mio modo di vedere possiamo scindere la categoria in due gruppi; quelli che riconoscono il talento nei ragazzi giovanissimi; e quelli che selezionano per la prima squadra. Salvo eccezioni, gli uni non sanno svolgere il mestiere degli altri, scambiandoli si rischierebbe la catastrofe. Tornando alla domanda, il bravo osservatore è quello che nelle ultime righe della relazione scrive in modo inequivocabile se il calciatore è da prendere o meno. Dopo tre, massimo quattro partite seguite dal vivo, deve essere in grado di esprimersi in modo netto, senza fare il democristiano con frasi del tipo: va seguito ancora, è interessante o teniamolo d’occhio. L’osservatore è l’insieme delle emozioni che vive sul campo e delle esperienze raccolte. Chi sceglie giocatori deve essere in grado di poter fare anche dei paragoni e per questo motivo più calciatori conosci e più potrai avere le idee chiare”.

Emozioni?
“Io li chiamo anche ganci. Ci sono dei giocatori che ti rapiscono per un atteggiamento, per una peculiarità ed è così che inizi a seguirli. In seguito ci si concentra su altro, chiaramente. Faccio l’esempio di Aubameyang, che è un calciatore incredibile. Quando lo osservavo al St. Etienne aveva una caratteristica che mi faceva impazzire: nonostante le enormi doti da realizzatore e assist-man, si dannava l’anima quando la sua squadra non era in possesso palla. Rientrava nella propria metà campo e pressava fino alla riconquista del pallone da parte dei suoi compagni. Sarò ripetitivo, ma i giocatori bisogna vederseli dalla tribuna”. 

Mentre in Italia non sempre accade.
“Per la maggior parte dei calciatori che arrivano in Italia non è così. Si accontentano di un superficiale studio dei video. Io sono un maniaco di certe cose e per questo ho girato per anni il mondo“.

Ci sono altri calciatori che l’hanno fatta innamorare per qualche caratteristica?
“Ricordo un grande classico d’Argentina, ero alla Bombonera e si giocava Boca-River. Lo stadio era una bolgia, pieno in ogni ordine di posto. Guardavo la partita con grandi aspettative ma nessuno mi fece realmente impazzire e rientrai in albergo un po’ deluso a riempire i miei fogli. Il giorno dopo mi ripresentai alla Bombonera, questa volta era vuota e si giocava nuovamente Boca-River, ma con i rispettivi settori giovanili. Niente a che vedere con lo spettacolo in tribuna del giorno prima, eppure in campo c’era qualcosa di speciale. Un ragazzino che dominava il centrocampo con una personalità che si distingueva. Faceva sembrare tutto semplice. A un certo punto la sua squadra rimane in dieci e il tecnico lo abbassa come centrale di difesa. Fa benissimo anche lì. Allora torno in Italia e racconto tutto sia a Mancini che a Piero Ausilio. Gli dico che ne ho visto uno veramente forte, il nome è Rodrigo Bentancur e si può prendere a fronte di un investimento non troppo esoso”. 

Come andò a finire?
“Per la società era un momento complicatissimo. Nel pieno dell’era Thohir e della stretta fortissima del fair play finanziario. Anche piccoli investimenti sembravano montagne da scalare. Da quella partita in verità tornai con due segnalazioni, l’altro calciatore era Palacios, di cui sentirete parlare sempre di più”.

Cos’ha rappresentato per lei l’Inter?
“La possibilità che aspettavo da tempo. Avevo conosciuto tutto delle categorie inferiori ma volevo aprirmi al mondo. Avvertivo l’esigenza di studiare nuovi profili, volevo in qualche modo rompere gli argini e Ausilio me ne ha dato modo”. 

Quell’Ausilio che non ha mai preso bene il suo passaggio al Milan.
“È una cosa che ancora adesso mi provoca dispiacere. Piero è una persona cui ho voluto e voglio un gran bene. A lui devo molto, un uomo con valori che condivido, un professionista serio”. 

Non avete mai chiarito?
“Mai per come avrei voluto. Ci siamo incrociati in occasione di qualche derby ripromettendoci una cena che per mille motivi diversi non si è mai svolta. Ma prima o poi accadrà, magari al termine di questo brutto periodo che stiamo vivendo”. 

All’Inter aveva costruito un gran rapporto anche con Roberto Mancini, come ce lo descrive?
“Un uomo di una classe incredibile, sotto tutti i punti di vista. Ricordo che ad Appiano era consuetudine girare in tenuta sportiva, ma mentre noi  comuni mortali potevamo apparire dei pezzenti, lui, che pure indossava la stessa e identica tuta, pareva sfoggiasse abiti sartoriali. Non me ne sono mai fatto una ragione. Mancini è incredibile nel modo di porsi, nell’impostazione del lavoro. È nato per vincere e non ha paura del fallimento. Ascoltatelo nelle interviste, è diverso dagli altri. Gli allenatori mettono le mani avanti dicendo che l’erba del vicino è sempre più verde, che il lavoro degli altri è partito prima, che bisogna costruire. Le inventano tutte per togliersi di dosso responsabilità che poi la stampa potrebbe fargli pagare. Mancini invece se ne frega, anche da ct, lui gioca l’Europeo e si presenta per vincerlo. Solo chi è grande come lui non si cura di certi rischi”.

Tantissimi anni fa ci incontrammo quando Mancini era ancora allenatore dell’Inter e mi prospettò per lui un gran futuro da commissario tecnico, ci aveva visto lungo. 
“Non era difficile, ha una grandissima predisposizione al talento. Lo riconosce, lo annusa e lo porta in superficie. Sa mettere insieme quelli che giocano bene al pallone e soprattutto sa correggere i giovani che sbagliano. Sa insegnare e i calciatori lo ascoltano perché prima di diventare professionisti guardavano i video dei suoi gol a bocca aperta. Ha credibilità”. 

Come si è fatto apprezzare da lui?
“Mancini ascolta, è aperto al dialogo e apprezza chi con umiltà espone i propri punti di vista senza pensare al rischio che potrebbe comportare l’esposizione di idee diverse. Abbiamo parlato tanto di calcio, di calciatori, di idee. Poi anche quell’esperienza incredibile in ritiro”.

La famosa discesa a piedi?
“Si, eravamo a Brunico e insieme alla squadra abbiamo deciso di andare a mangiare a Plan De Corones, a oltre due mila metri di altezza. Un posto che raggiungemmo in funivia. Al termine del pranzo sentivo di essere eccessivamente pieno e scherzando dissi al Mancio che sarei tornato a piedi tra i sentieri del monte, gli chiesi se se la sentisse di accompagnarmi, ma ero ironico. Prese la palla al balzo e mi disse che a metà percorso avrebbero dovuto mandare un elicottero a soccorrermi. Nacque una scommessa, la gente del posto cercava di scoraggiarci dicendoci che avremmo rischiato di perderci, ma ormai entrambi volevamo vincere la scommessa e nessuno aveva voglia di tirarsi indietro. Ci mettemmo quasi cinque ore per scendere, eravamo in quattro, io Mancini e due collaboratori. Arrivammo distrutti e il ginocchio del mister iniziò a gonfiarsi. Fece tutto il ritiro con una vistosa benda e spesso i medici dovevano aspirare il liquido con delle siringhe. Tornato a Milano si fece operare”. 

Se Mancini non fosse andato via dall’Inter lei avrebbe accettato il Milan?
“Non è semplice rispondere a questa domanda ma forse la sua scelta ha in qualche modo influenzato la mia. Il Milan rappresentava comunque un’esperienza da vivere, passavo da capo scout alla gestione tecnica di una società. Ho scelto anche rischiando, perché dopo aver lasciato l’Inter ho atteso per mesi un closing che a un certo punto sembrava destinato a non realizzarsi”. 

Tutti ricordano i suoi conflitti con Raiola, adesso com’è il vostro rapporto?
“Raiola sa che ho giocato le uniche carte a mia disposizione per riuscire a fare il bene della società per cui lavoravo. Chi adesso opera nel Milan può rendersi conto di quanto complicato sia rinnovare il contratto di Donnarumma, mentre io sono andato via lasciandolo a tre anni dalla scadenza. Un’operazione che oggi sembra irripetibile”. 

Sorpreso dell’esplosione di Locatelli?
“No, non lo sono per niente. Diventerà un centrocampista da Juve, tant’è che io avevo già trovato un accordo col Sassuolo e con Carnevali per il suo passaggio in neroverde, ma avevo chiesto la clausola di recompra, e su quella base avevamo raggiunto un accordo”. 

Le andrebbe di fare un gioco di previsioni?
”È pericoloso, ma va bene”. 

Le faccio il nome di sei talenti giovani, lei deve dirmi quale tra questi farà più strada.
“Sono pronto”. 

Locatelli, Esposito, Chiesa, Castrovilli, Tonali, Bastoni. 
“Prima mi conceda di dire che sono tutti calciatori fantastici, che insieme fanno parte del patrimonio del calcio italiano. Fatta la doverosa premessa, se proprio devo fare un nome faccio quello di Tonali. Se chiudo gli occhi e immagino il futuro, è l’unico che vedo giocare senza alcun problema in squadre come Real e Barcellona. Tonali è un perno, uno su cui fondare il futuro, lo metti a centrocampo e sei coperto per tantissimi anni”. 


Mentre si è fatto un’idea sulle difficoltà di Eriksen?
“Per me è un calciatore formidabile, un trequartista come ne esistono pochi in circolazione. Può giocare anche da interno di centrocampo ma a patto che accanto a lui ci siano calciatori che possano bilanciare la squadra. Detto questo, non devo insegnare nulla a Conte, che reputo uno degli allenatori più intelligenti e preparati al mondo. Dicono sia integralista, ma lui partiva da idee tattiche diverse, io lo ricordo il suo 4-2-4 e ricordo anche quando modificò la Juve in funzione di Pirlo. Per questo non mi sorprenderei nel vedergli cambiare modulo anche all’Inter. Anche perché credo che lì il problema sia diverso”. 

Ovvero?
“La difesa. Se vuoi giocare a tre, a turno, uno dei due laterali deve dare appoggio al centrocampo e né Skriniar né Godin sanno interpretare questo tipo di ruolo. Non ce l’hanno nelle caratteristiche. Bastoni un po’ di più, ma anche lui non è abbastanza pronto. L’unico a proprio agio è de Vrij al centro, ma gli altri si perdono e per questo motivo credo che alla fine si possa andare verso altre soluzioni”. 

Lei ha lavorato anche con altri tecnici che hanno utilizzato la difesa a tre.
“Si, l’hanno fatta sia Mazzarri che Montella. Il modulo migliore è sempre quello che si adatta alle caratteristiche dei calciatori da mandare in campo, è quella la base da cui partire. Si parte dai calciatori”. 

A proposito, oggi anche i calciatori sono cambiati. 
“I calciatori sono aziende e rispetto a prima hanno più difficoltà a vedersi come parte di un gruppo. Guardano al singolo, danno importanza a cose che sono di cornice al calcio ma che possono garantirgli altri profitti. I social, gli sponsor… Arrivano all’allenamento con il cellulare e le cuffie nelle orecchie e si siedono a tavola nel medesimo modo. Sono atteggiamenti che io non ho mai tollerato, bisogna essere bravi a trovare ragazzi diversi che sappiano trainare il gruppo anche con gli esempi del giusto comportamento. Conte all’Inter lavora così, è un martello. Al centro c’è il calcio e guai a pensare ad altro. Tutto ciò che non è campo è distrazione e le distrazioni non portano al successo. Il resto deve essere una conseguenza del calcio e non il contrario”. 

C’è un calciatore che l’ha colpita con qualche discorso?
“Vi svelo una cosa mai detta a nessuno. Quando lavoravo per il Milan andai a Barcellona, ai tempi Rakitic stava parlando di rinnovo con Il suo club e io volevo capire se avesse intenzione di valutare anche altre piste. Arrivammo a casa sua in auto e dal garage prendemmo un’ascensore che ci portò all’appartamento. Era entusiasta, mi disse che se non avesse proseguito col Barcellona avrebbe seriamente preso in considerazione il nostro progetto. Quel dialogo mi segnò, avevo di fronte un campione che in testa non aveva altro che il calcio. Indirizzava ogni singola  scelta quotidiana alla sua carriera, dal cibo al riposo, dal tempo libero agli allenamenti. Un uomo e un calciatore pazzesco”. 

Siamo giunti al termine dell’intervista. 
“È stato un piacere”. 

Anche per me. Adesso ho spento il registratore, me li dice quei calciatori da andare a vedere?
“Ci ho pensato mentre rispondevo a tutte queste domande. Forse è meglio di no”.