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Forse solo il silenzio sarebbe stato più pesante di certe parole, perché quando in momenti così Massimo Moratti non parla, generalmente sotto la cenere della sua rabbia, delusione o stanchezza cova qualcosa di non ordinario. Invece il presidente ha parlato, e in modo più unidirezionale del previsto: spalle al muro da ieri c'è la squadra almeno quanto Stramaccioni. Anzi: più la squadra che Stramaccioni.

Perché? «Perché in campo a Firenze c'erano undici giocatori, non l'allenatore». Anzi, quegli undici (più i tre della ripresa) era come se non ci fossero, «in campo c'era solo una squadra e dall'altra parte una squadra che subiva e basta. Roba da no comment: inutile parlare di errori perché l'errore è generale». Perché l'allenatore sarà anche giovane e inesperto, «ma non mi sembra che siano tutti suoi gli errori che hanno fatto sì che si perdesse ieri». Perché ora Moratti si aspetta «un derby combattivo, certamente. Mi auguro e penso che sarà un derby combattuto». E quell'augurio suona più come pretesa che come auspicio. E risulta che in una partita di calcio si combatta più in campo che davanti ad una panchina.

Chi sta in panchina, delle due, può combattere di più prima che si giochi, ovvero in settimana, e questo è quello che ci si aspetta da Stramaccioni. Che magari oggi, dopo avere come sempre aperto un paracadute «pubblico» sulla squadra prendendosi le responsabilità della sconfitta di Firenze, lontano da microfoni e telecamere mostrerà alla squadra la sua versione meno conciliante. E poi, più che una svolta tecnica o tattica (che sia difesa a tre o a quattro, che siano due giocatori offensivi o tre, la coperta è comunque adattata, se non più corta), cercherà una gestione corretta della settimana.

Anzitutto a livello psicologico, perché per combattere serve la testa giusta. Poi di concentrazione, perché il derby alle porte evoca la ricorrenza dell'ultima volta dell'Inter immune da gol in trasferta (sono passati quasi quattro mesi e mezzo) e da allora in 26 gare solo sei volte (tre in campionato) l'Inter è riuscita a chiudere la sua porta. Ma anche dal punto di vista delle energie, perché se per cinque volte — come ha sottolineato il tecnico — l'Inter ha perso in campionato la gara successiva ad un impegno di Europa League, contare la sesta domenica sera, dopo Cluj-Inter, peserebbe ancora di più. E a questo proposito, mescolati agli errori che si è autoimputato domenica sera, si possono trovare anche tre momenti di lucidità del tecnico: che a partita persa, ha risparmiato prima a Guarin e poi a Palacio (che nel 2013 ha già giocato dieci partite su dieci, e mai meno di un'ora) minuti intossicagambe oltre che una sanzione da squalifica, dopo aver evitato ai 18 anni di Kovacic un trauma da risucchio in un vortice di confusione e responsabilità.

Ma gestire correttamente un gruppo significa anche riceverne risposte concrete, e questo dipenderà da Stramaccioni, ma fino ad un certo punto. In questo senso ieri Moratti ha voluto togliere il tappo alla bottiglia dei possibili alibi della squadra, per farli svaporare in tempi non sospetti. Le parole non fanno gol e non si può essere Inter solo a parole (o a foto di gruppo per fare gli auguri a Milito, la cui degenza fra l'altro non dev'essere stata granché alleviata, guardando Fiorentina-Inter in tv). Non si può essere un'Inter che corre una partita sì e una no: la benzina o ce l'hai o non ce l'hai e il tappo del serbatoio non è solo nelle gambe.

Ieri Moratti, oltre a confermare a Stramaccioni la sua fiducia a prescindere dal risultato del derby («Ma che discorsi sono?»), anche con una lunga telefonata e parole di grande conforto e carica, ha voluto dare un segnale preciso: ricordando in modo che raramente era stato così diretto che questa è sì una squadra della quale si è appena cominciato a costruire un futuro diverso, ma c'è pure un presente da onorare. Anche Stramaccioni deve dare un segnale di non recidività ma, ha precisato ancora il presidente, «è un allenatore che ha iniziato quest'anno a farsi un'esperienza di tipo totalmente diverso da quella precedente, quindi gli è concesso anche di fare degli errori». Alla squadra da ieri molto meno e molti meno. Soprattutto domenica sera.