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Sì, tutti a Tirana, anche se i 'tutti' poi saranno pochi, in uno stadio grande come il garage di un mio amico da 21690 posti. Ma dico io? Chi diavolo è colui che sceglie una stadio da Serie C (come capienza intendo) per una finale europea? L'ho detto e lo ripeto, alla Uefa sono capaci di scelte che solo l'Uefa può fare. Detto questo, il buio è finito. Definitivamente. Finalmente. L'era pallottiana è ormai alle spalle, seppellita da un uomo solo al comando, Mourinho, che ha avuto la 'tigna' – come si dice a Roma per indicare la cocciutaggine e la voglia di non mollare assolutamente -di insistere, insistere e insistere, usando frusta, bastone, carota e altri ortaggi, fino a trasformare un manipoli di bravi ragazzi ma certamente un po' 'sfigati' in un manipolo di tosti e incazzati legionari, giusto per restare nel latino sfoggiato dalla Curva romanista. Mi spiego: quando indico l'era pallottiana, mi riferisco al progressivo distacco tra quella Roma e la sua gente, figlio di scelte scellerate e, soprattutto, promesse disattese. Mourinho aldilà della finale raggiunta, ha avuto il merito di mettersi Roma giallorossa sulle spalle, pur sapendo che lo scetticismo cullato in tanti, troppi anni di delusioni brucianti, sarebbe stato uno dei nemici più temibili da combattere. Ma troppo esperto e tosto lui e fin troppo 'aperti' noi a nuove illusioni per non pensare che, in qualche modo, sarebbe finita così. Io sono stato tra quelli che ci ha messo un bel po' a credere, davvero, che Mou potesse fare il miracolo di ricreare una squadra che molto somiglia alla Roma di Rudi Voeller, ben cucita da quel grande allenatore che è stato Ottavio Bianchi e trascinata da un grande centravanti come lo è Tammy.

Sì, ero scettico. Pensavo che Mou a Roma fosse una gran mossa ma quanto produttiva? Quando temi di essere deluso ti metti una corazza, proprio come facevano le legioni romane, per proteggerti dai colpi del nemico e del destino. E quando lo sport è il tuo lavoro hai anche la fortuna (sfortuna) di non poterti abbandonare alla culla delle emozioni. Diventi freddo, scettico, analitico. E invece succede che all'improvviso, una notte di pallone ti fa tornare ragazzino. Come quando mi affacciavo all'Olimpico con Elio, mio padre e tutto quello che ti ritrovavi davanti era tutto quello che avresti voluto vedere. Un mondo bellissimo.
Ieri ho vissuto emozioni che non pensavo di poter provare ancora. Sapete, quando si lavora su calcio e partite da una vita, l'idea è quella di non aver più spazio per emozioni e passione, nella ripetitività dell'ambito professionale. L'Olimpico strapieno, tutte quelle bandiere, le ovazioni per Sir Claudio Ranieri “uno de noi”, Francesco Totti felicissimo, anche lui come un bimbo. E poi quei canti, quei cori anche anni '70, come se la felicità della gente potesse e volesse viaggiare nel tempo.

Ora c'è la finale da giocare con il Feyenoord, partita tosta, senza dimenticare quel caro, vecchio striscione del 2010: Chi tifa Roma non perde mai.