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José Mourinho, ex allenatore dell'Inter, si racconta a 10 anni dal Triplete ai microfoni di Sky Sport.

TRIPLETE IL SUO CAPOLAVORO? - "Io penso che i risultati fanno la storia, senza risultato non c'è storia. Ma io sento che questa squadra è speciale perché quello che abbiamo fatto va oltre le Coppe e le medaglie. Va oltre la storia dell'Inter e del calcio italiano. Quello che mi fa sentire speciale è sentirmi un capo di questa squadra che di capi ne aveva tanti: siamo una famiglia dieci anni dopo. Ci siamo separati ma saremo amici per sempre, questo è quello che mi manca nella mia carriera. Ho avuto bei risultati con altre squadra, ma questo sentimento di famiglia per la vita mi rende orgoglioso". 

L'INTER NON POTEVA PERDERE LA FINALE - "Avevo anche io quella sensazione. A Kiev, all'85 eravamo fuori dalla Champions; col Chelsea era difficilissima, a Barcellona dopo il rosso a Thiago tutti hanno pensato che saremmo stato eliminati. Ma a Madrid sentivo che la Coppa era nostra, e ho cercato di trasmettere il messaggio corretto: c'era una partita da giocare, ma Dio aveva deciso che era nostra. Senza il senso di famiglia è difficile avere quella stagione storica. Ovviamente ci sono le qualità dei giocatori top, ma prima di tutto c'è questo senso di interismo. L'Inter di Moratti, quella che ho conosciuto, aveva la qualità di far sentire la gente a casa. Io non sono nato interista, come la maggioranza di quei giocatori; ho seguito i principi morali di Moratti e l'empatia, questo ha reso il gruppo speciale. Siamo cresciuti nelle difficoltà in quella stagione, che non è stata solo il 22 maggio, la Champions. Il pareggio a Firenze, gli infortuni, le squalifiche sono stati superati perché eravamo un gruppo di amici. Io mi sentivo come uno di loro, solo con più esperienza e responsabilità; non era un gruppo ma una famiglia". 

SU ZANETTI - "Sapete perché rido? Perché questo ragazzo ha sempre i capelli a posto, anche senza parrucchiere. Zanetti è il nostro capitano, per me è stato il capitano dei capitani. Avevamo un gruppo di ragazzi fondamentali nell'ambizione di quella squadra. Javier, Cordoba, Marco (Materazzi ndr), Orlandoni, giocatori col cuore nerazzurro e portatori di valori e di un sogno. Quel 2010 era 'adesso o mai'".

SQUADRA SCELTA PER MOTIVAZIONE - "E' vero furono scelti per quello. Questi tre, più Pandev, li abbiamo cercati per le loro qualità tattiche ma anche per altre cose. Possiamo fare lo stesso discorso per Milito e Motta, arrivavano dal Genoa con l'ambizione di vincere le competizioni nazionali. Lucio fu scartato da Van Gaal, Wesley dal Real ed Et'oo da Pep; dico grazie a Branca e Oriali perché hanno fatto un grandissimo lavoro aiutandomi tantissimo nelle scelte. Poi c'era Moratti che ci guidava verso il sogno, che non nascondeva mai".
SU SAMUEL - "E' sempre bello rivedere i giocatori. Io mi sento come il rappresentante dei giocatori, non mi vedo come una persona speciale. In quella squadra l'importanza di Milito, che ha segnato nelle tre finali, e degli altri protagonisti è uguale a quelli che non hanno giocato, ai magazzinieri e lo staff medico. Sono senza parole, quello che abbiamo fatto è molto più delle Coppe che abbiamo vinto. In quella finale di Madrid non ho mai pensato a me, non ho pensato che avrei vinto la mia seconda Champions o ai premi individuali. Pensavo solo alla gioia degli altri, al significato della Coppa per Moratti, Zanetti e i tifosi: il mio era un pensiero altruista. Mi sentivo speciale in quel senso, mi sentivo umile, tranquillo, attento alle emozioni degli altri. Questo gruppo ha avuto questo potere su di me; tante volte i giocatori dicono che che ho lasciato un segno in loro, io dico che anche loro mi hanno lasciato un segno".

SU MILITO - "Sono stato con lui a Manchester qualche anno fa, ci siamo visti prima e dopo la gara. Non ci vedevamo da tanto, ma quando ci siamo ritrovati è come se non fosse passato il tempo". 

LA CHIAVE PER LA CHAMPIONS - "Io non parlo tanto delle storie di spogliatoio, ma è anche bello che la gente possa condividere questi racconti. In quella partita lì, all'intervallo, vedevo gente triste, e io odio la gente triste quando c'è tanto da giocare. Io ho pianto dopo le vittorie, ma solo una volta dopo una sconfitta perché non mi piace farlo. Tornando a Kiev, ero veramente arrabbiato perché la squadra poteva fare di più. Io sono riuscito a fare i cambi tattici che servivano alla squadra, era obbligatorio rischiare per vincere. Sono riusciti a entrare nel cuore dei giocatori e siamo stati fantastici nel secondo tempo. Fu il momento chiave proprio perché eravamo a un passo dall'eliminazione". 

SU BARCELLONA-INTER - "La più bella sconfitta della mia vita. Al Camp Nou non abbiamo perso, ma vinto 3-2, ed è stato possibile grazie alla qualità e alla tattica. Non potevamo vincere in casa e resistere là senza il bel lavoro in transizione offensiva; ma ho contato anche il concetto di famiglia, ci aiutò a resistere. Prima della gara di Barcellona, il mio figlio di 10 anni mi ha detto 'io ho visto la tua prima finale di Champions ma non me la ricordo, Ne voglio una di cui avere memoria'. Io ho parlato di mio figlio e ho detto ai miei giocatori di pensare ai loro, siami entrati in campo con quel sentimento lì di vincere per qualcun altro. In quella semifinale lì siamo entrati col sentimento di 'sì o sì'; quando Thiago viene cacciato dal campo, la gente ha pensato 'è fatta'. Ed è quello che ho detto a Pep, dopo che la panchina del Barcellona aveva festeggiato l'espulsione. Io mi sono avvicinato e gli ho detto 'tranquillo che non è finita'. Sapevo che era così, i miei giocatori erano mentalmente pronti per la lotta. In quella gara hanno vinto gli aspetti umani. Quando parlo della mia Inter cito sempre questo sentimento, abbiamo fatto qualcosa di speciale. La storia rimane la storia, il 22 maggio è il giorno dove noi abbiamo toccato il cielo, ma la famiglia conta più di tutto". 

INTER COME UNA FAMIGLIA - "Ho speso più tempo con la famiglia del calcio che con quella vera. Se non ti senti felice con quella, è difficile avere successo. Ricordo che prima delle gare, ad Appiano rimanevano tanti giocatori. Anche mio figlio è entrato in quella dinamica di famiglia, è stato lì che si è veramente innamorato del calcio. A dieci anni sentiva il calore delle emozioni e dei rapporti. L'altro ieri, per esempio, sono stato al telefono con un autista dell'Inter. Voi direte, come è possibile una cosa così? I miei amici dell'Inter vanno più lontano di tutto quello che si può immaginare. Se mi chiedete perché non sono tornato a Milano dopo la finale, vi dico che se fossi tornato, sarei rimasto".