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Un "Day-after" elettorale più brusco per il MoVimento 5 Stelle non poteva esserci. Sebbene fosse ampiamente pronosticabile un'ulteriore ridimensionata alle aspettative elettorali pentastellate, in pochi avrebbero dato per certo un risultato così catastrofico. Non trionfa al referendum, come i sondaggisti dicevano fino a inizio agosto, non vince in nessuna regione in cui era candidato, non "vede palla" a dirla tutta in alcune di alto rango (In Toscana arriva un 6% raccapricciante) e non solo, vede vincere entrambi i partiti e schieramenti con cui, rispettivamente, è ed era al governo. 

Infatti se c'è un argine all'avanzata del centrodestra, soprattutto di firma Meloni (nelle Marche storica vittoria) quello è il redivivo PD che conferma il buon trend elettorale e, soprattutto, quanto "il silenzio assenso" spesso dia i suoi frutti. Sebbene queste elezioni abbiano confermato un po' a tutti che "l'effetto populista" sia stato quantomeno tamponato e quindi sia in decrescita, è bene chiarire come per la Lega bruci relativamente meno (a livello politico perché a Salvini brucia e anche tanto) rispetto agli ex alleati a cinquestelle poiché forte della robusta alleanza creatasi a centrodestra, mentre per il partito di Casaleggio voltare le spalle all'accordo regionale con il PD ha giocato un bruttissimo scherzo (basti pensare che, se avessero corso insieme, avrebbero vinto in tutte le regioni ai danni dell’altra alleanza, quella suddetta Lega- FdI- FI). “C’erano una volta i populisti gialli” verrebbe da dire, ma ci sono ancora, magari con meno forza, ma ci sono. 

E quindi, dopo ogni clamorosa sconfitta che si rispetti, anche tra loro partono i processi (in realtà già presenti da tempo nel movimento): "Il movimento ha perso le Regionali per colpe individuali non collettive", così in punta di fioretto Roberto Fico dalla sala della Lupa, svestendo per la prima volta gli abiti istituzionali del Presidente della Camera per rindossare quelli di promotore cardine del primo meet-up a Napoli, epoca del "vaffa-day". Fico interveniva con la pacatezza che, da quando ricopre una certa carica, lo contraddistingue richiedendo tregua mentre fuori, sui social per intenderci, continuava ad imperversare una guerra dialettica che vedeva protagonista "L'immortale" Di Battista. 
Quest'ultimo sempre pronto a dare una mano in discesa e mai in salita, che, con critiche aspre caricava ancor di più sulla situazione già tesa. Asseriva infatti contro Crimi, colpevole di mancata leadership e condivisione di qualsivoglia idea. Attuale segretario bersagliato anche da Di Maio che vorrebbe presentarsi ancora oggi come unico garante di una strategia politica sensata. Ma lo stesso Di Maio pare essere vittima di ulteriori attacchi, provenienti niente meno che da Max Bugani, braccio destro storico del binomio Grillo-Casaleggio ed ora nel gabinetto di Raggi. 

"Non sfuggono le responsabilità di ogni tracollo dalle europee 2019 ad oggi di chi, con mancate riflessioni interne e inesistenti politiche sul territorio, niente di più ha fatto che dimettersi lasciando una patata bollente in mano ad altri". Di giustezza, Bugani che di certo tenero non è ma neanche uno sprovveduto avendo una storia politica rilevante con apice come capo della Farnesina. Insomma critiche forti, con il solo bersaglio in Di Maio che ha, dalla sua, la fortuna di poter facilmente attaccare Vito Crimi, rimasto indietro almeno di 5 anni circa a contesto e argomentazioni, per non parlare delle terminologie che appaiono quelle del primo "Vaffa-Day". 

Insomma una guerra tra bande in cui attualmente il più forte sembrerebbe essere, ancora lui, Di Battista che a sua volta, però si pone davanti ad un bivio esistenziale: responsabilizzarsi, con il forte rischio di compiere un Di Maio-bis oppure continuare a presenziare sulla sponda del torrente aspettando passare i cadaveri dei compagni e dei nemici. Gli stati generali "veri, partecipati e permanenti" invocati da Fico sembrano ad oggi un invito alla rissa verbale sicuro, fisica probabile, basti pensare al pensiero di Casaleggio JR, il cosiddetto "putsch", voti online per intenderci ennesima farsa con video e canzonette per parafrasare. Solo su questo Fico e Di Battista sono d’accordo, ossia che il tempo degli influencer politici è finito e che occorre una nuova dimensione seria, costruttiva e politica. E se il prezzo da pagare dovesse essere qualche cravatta, che sia.