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Nel settembre del 1935 l'Italia di Mussolini sta per entrare in guerra con l'Etiopia in cerca di 'spazi vitali' e affermazioni internazionali. Si fa concreto per molti italiani il timore di dover andare a combattere, timore che si fa sentire anche tra i calciatori, tanto che tre assi della Roma sono protagonisti di una rocambolesca fuga dal nostro Paese.

LA ROMA FA SOGNARE - Siamo nei primi giorni d'autunno del 1935. La Roma fa sognare i suoi tifosi, il presidente Scialoja ha fatto le cose in grande e ha allestito una formazione davvero competitiva. Ci sono 4 campioni del mondo nella Roma di quell'anno: ai già presenti Masetti e Guaita in estate vengono acquistati i terzini Allemandi dall'Ambrosiana e Monzeglio dal Bologna.  Considerato che l'anno precedente il punto debole era la difesa, non c'è che dire un ottimo mercato. L'allenatore Barbesino può dunque contare su una squadra davvero interessante e ricca di talento anche negli altri uomini, Bernardini su tutti. L'inizio del campionato, fissato per il 22 settembre, è quindi atteso dai tifosi giallorossi con trepidazione e speranza, ma ciò che sta accadendo in Italia in quei giorni cambierà il destino di quel campionato.

LA CAMPAGNA COLONIALE ITALIANA - Il duce già da anni aveva l'idea di mandare il Paese in guerra per affermare il primato del regime e per accreditarsi agli occhi delle Potenze europee. Il Corno d'Africa, area già appetita dall'Italia negli anni '80 del XIX secolo, continuava ad essere l'obiettivo anche del regime, così, approfittando di alcuni incidenti ai confini tra Somalia ed Etiopia nel 1934, Mussolini chiede ai suoi generali di preparare i progetti per una guerra che doveva mostrare al mondo la forza e l'imponenza dell'esercito italiano. Se i generali si mettono al lavoro dal punto di vista militare, il regime non si risparmia nel mettere in campo una massiccia campagna propagandistica: è il momento – in buona sostanza – che il regime fascista pensi ad una nuova colonia per il suo popolo.
DA “CAMPIONI A “TRADITORI” IN UNA NOTTE - Le operazioni prodromiche alla guerra procedono spedite, i giovani vengono convocati per la visita di leva obbligatoria in tutto il Paese. Molti sentono puzza di bruciato, si sa che sono i giorni di vigilia di una nuova guerra. Il mondo del calcio non è esentato: anche i calciatori oriundi, in quanto stranieri di origine italiana, devono sottoporsi alla visita di leva. Orsi è stato tra i primi ad annusare l'aria che era cambiata e dopo aver rapidamente salutato tutti si è imbarcato per far ritorno in patria, al sicuro da pericolosi venti di guerra. Il 19 settembre i tre oriundi della Roma Guaita, Scopelli e Stagnaro, dichiarati abili e arruolati come bersaglieri, sono preoccupatissimi. Le voci di un'imminente conflitto le sentono pure loro e hanno paura di essere spediti a combattere in Africa per una Nazione che sì, li paga bene e li coccola, ma che in fondo non è la loro. A nulla valgono le rassicurazioni del direttore sportivo della Roma, Vincenzo Biancone, il quale li accompagna anche  al consolato argentino per ulteriori informazioni. Loro sono calciatori, sono campioni e come tali non sarebbero mai partiti per il fronte e al massimo avrebbero prestato il servizio militare a Roma. Sul finire di quel giorno paiono convincersi, Guaita si fa “aiutare” da un faraonico adeguamento di ingaggio e la storia pare finita lì e tutti si danno appuntamento al Testaccio per l'allenamento. I tre non si faranno più vedere. La sera del 19 un tifoso giallorosso telefona in sede per dire che ha visto i tre andarsene con le mogli. In sede non vogliono crederci, ma la verità è che Guaita, Scopelli e Stagnaro si stanno dirigendo in Costa Azzurra. Dopo aver sostato a Mentone in attesa delle mogli di Guaita e Scopelli che erano state fermate a Ventimiglia, tutti assieme procedono verso Marsiglia da dove si imbarcano su un piroscafo che li riporterà in Sudamerica

Appena si sparge la notizia i giornali di regime non ci mettono molto a scagliarsi contro i tre calciatori che di punto in bianco passano da “campioni” a “traditori”. Il Littoriale titola “Schifo” un editoriale di biasimo: “(...) Di pecore travestite da leoni domenicali non abbiamo bisogno ne crediamo opportuno continuare a nutrirci delle serpi in seno”, Bruno Roghi da La Gazzetta dello Sport scrive altrettanto esplicito: “(...) Guaita, Scopelli e Stagnaro? Voi li dimenticherete presto. Per conto nostro li avremo bell'e dimenticati alla fine di questa nota.”. Insomma, il mondo calcistico italiano li tratta come traditori e nulla fa per cercare di comprendere i timori di questi ragazzi. Né tempo, né voglia, tanto che quelli sono i giorni carichi di retorica che anticipano l'ingresso dell'Italia in guerra contro l'Impero d'Etiopia. I “traditori” vengono denunciati anche per traffico illecito di valuta: il regime non può tollerare la libertà di questi ragazzi e usa tutti i mezzi per annientarne il ricordo. Il 3 ottobre del 1935 le truppe italiane entrano in Abissinia: inizia così, senza una dichiarazione, la guerra d'Etiopia che nel 1936 regalerà al duce il titolo di Imperatore dell'Impero italiano d'Etiopia e agli italiani l'illusione di un futuro radioso.