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Comunque si concluda questo girone di Europa League, possiamo già dire che il turno over totale è stata la scelta più brutta mai presa dal Napoli targato De Laurentiis. Fino ad oggi, l’unica vera nota stonata della storia societaria è stata la gestione della lunga agonia del ciclo Reja, ma qui si è fatto di peggio.

Perché? Innanzitutto perché il maxi turn over ha fallito nei suoi due obiettivi principali: garantire l’accesso ai sedicesimi di finale (senza appesantire i titolarissimi) e permettere alle seconde scelte di crescere e integrarsi.

Il ricorso ai grandi nomi è avvenuto in tre partite su quattro e, alla fine, è stato risolutivo: per 15 minuti, tra il momentaneo vantaggio del Dnipro e il pari su punizione di Cavani, siamo stati virtualmente eliminati dalla competizione. Se siamo ancora in corsa, dipende dall’estrema affermazione della forza di volontà del Matador.

Circa i volti nuovi, il match del San Paolo potrebbe aver sancito la fine dell’esperienza in azzurro di almeno due di loro: Donadel, ormai osteggiato dal pubblico (e si sa che, quando si finisce tra gli indesiderati del catino di Fuorigrotta, è veramente difficile risalire la china), e Vargas, passato nel giro di 11 mesi dalla fiducia incondizionata, alla perplessità, ai fischi (ma lui, magari, dopo un prestito si rifarà). El Kaddouri dopo due prestazioni è stato rinfoderato, Fernandez rimane nel limbo, forse Mesto è l’unico ad aver beneficiato da queste apparizioni.

Se non bastasse, il turn over totale ha creato una grave diseconomia ambientale, se così la si può definire. Fino a due settimane fa, la stagione del Napoli poteva essere considerata perfetta: poi, a due settimane dalla figuraccia di Eindhoven e a cinque giorni dal capitombolo dello Juventus Stadium, la debacle di Dnipro. In uno stadio caldo e in una partita difficile, siamo andati a giocare con la formazione che sappiamo e coi risultati che conosciamo. Malgrado il segnale potesse essere recepito dall’ambiente (tranne dai tifosi che hanno seguito la squadra nella trasferta ucraina) come un “considerate l’Europa League un allenamento infrasettimanale”, l’involuzione che è seguita alla duplice scoppola è evidente. Contro il Torino all’errore di Aronica sono piovuti fischi, se oggi si fosse perso non pochi avrebbero cominciato a parlare di crisi.

In attesa di scoprire con quale undici Mazzarri affronterà il Psv in una partita che vale la qualificazione, e all’oscuro di quale sia stata la catena di decisioni e responsabilità che ha portato ad interpretare l’Europa minore in questo modo, lo possiamo dire: è la cosa più brutta vista fare dal Napoli di De Laurentiis. A competere c’è solo l’autunno-inverno 2008 -2009, quando finì il ciclo Reja, ci furono problemi di spogliatoio, maturò l’incompatibilità tra Marino e il presidente. Ma lì ci furono problemi diversi, che si trascinarono nel tempo e crebbero nell’accumularsi di decisioni infelici. Oggi invece non c’è un problema di cicli e congiunture: è tutto frutto di una scelta secca e deliberata.
Roberto Procaccini