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 Un anno, una storia: con le mani che della camicia bianca rimboccate, la giacca lanciata sulla panca e il petto in fuo ri, per sfidare persino il vento. Un anno, un Mazzarri in salsa partenopea: un crescendo rossiniano ch’è musica per le sue orecchie, ch’è stress allo stato puro. Un anno fa, è il post-partita di Roma-Napoli, il processo già imbastito e la sentenza già emessa: bye-bye Donadoni, per chiudere un semestre in bianco, per ri muovere il girigiore d’un am biente ormai vittima di se stesso. Un anno dopo, è il post-partita di Napoli-Roma e c’è una città che vibra, ap pollaiata alle spalle della La zio e al fianco del Milan e del-l ’Inter, dunque a braccetto con quarti di nobiltà autenti ca del calcio italiano. Il Maz zarri- day, in questi 365 gior ni, è la ricerca ossessiva della perfezione, la cura maniacale del dettaglio, vittorie ridon danti, rimonte indimenticabili e un’allergia manifesta verso le obiezioni o gli appunti che rappresentano un classico per chi sta in panchina. 

IL FILOTTO - Il Mazzarri napoletano è il croce via d’una svolta a modo suo epocale, un var co che si apre in quella frontiera già supera ta nel primo quinquennio dell’era De Lau rentiis e poi inaspettatamente riabbassatasi alle spalle da gennaio all’ottobre del 2009 at traverso un’involuzione inspiegabili nei suoi tratti. Roma apre il varco e rilancia il Napo li, che si lascia trascinare dall’adrenalina del suo allenatore, che riscopre uomini abban donati e sottostimati, che eleva alla massima potenza le qualità dei suoi leader e dalla zo na retrocessione, come spinta da una molla, quella squadra riesce addirittura ad appro dare, a gennaio, in zona Champions, colle zionando una perla dietro l’altra, rastrellan do trentuno punti nelle prime sedici partite della gestione-Mazzarri, osservando il mon do da un oblò ch’è è il terzo posto.