Se l'obiettivo era quello di non ripetere una gara da “cialtroni” (per chi se lo fosse persa, è stata la definizione della partita d'andata contro il Lipsia data da Sarri al suo Napoli), allora ieri si è riusciti totalmente nel proposito. È stato un Napoli brillante, tenace, con una menzione particolare a Zielinski per aver retto il peso “onomastico” gettatogli sulle spalle proprio da Sarri con quell'accostamento a De Bruyne nella conferenza di poche ore prima. Ora che il Napoli è fuori, resta solo il campionato, con il dibattito aperto tra tifosi ed addetti ai lavori: se il Napoli non vince lo scudetto, è stata un'annata fallimentare? Estendendo il ragionamento all'intero triennio sarriano, se non dovesse vincere il campionato, come è da valutare un allenatore che ha fatto vedere tanto ma che non ha vinto nulla?

IL VALORE DELLA RIVOLUZIONE - Su Twitter c'è un account molto popolare: Sarrismo. Per trovarlo basta digitare @sarrismofficial, come se davvero si trattasse di una pagina ufficiale di un movimento. Inoltre, tra il serio ed il faceto spero, l'immagine del profilo di Sarrismo è una ricostruzione del celeberrimo montaggio con i volti Marx, Engels, Lenin e Stalin con Sarri a completare il quadro. Il comunismo, come esperienza di stato non esiste più (non parlatemi di Cina comunista e lasciate Cuba nell'album dei ricordi o delle mete caraibiche). Il sarrismo rischia di seguire un filone ben preciso: essere l'utopia di molti (tra tifosi del Napoli che sognano di vincere dominando ed addetti ai lavori che perdono la necessaria laicità di giudizio) ed il nemico preferito di chi, giocando male, preferisce rimarcare che nell'albo d'oro e di conseguenza nella storia ci va solo chi vince. Il dibattito è aperto e, a tratti, già sta diventando stucchevole. Perché Maurizio Sarri, quello vero e l'unico ufficiale, è come Allegri e come tutti gli allenatori del mondo: è solo uno che vuole vincere o che cerca il massimo risultato possibile. Arrivarci con un gioco meraviglioso in un afflato rivoluzionario che ti lega al tuo popolo è uno straordinario, meraviglioso, unico, ma pur sempre aspetto secondario. Perché nella storia, sono in tanti ad aver preso il potere (da destra a sinistra), e la maggioranza dei governanti ha piegato il proprio ideale iniziale pur di riuscire a comandare: perché il governare si declina anche nella necessità del compromesso.

IL COMPROMESSO. Il compromesso del Napoli è nei numeri, in una rosa limitata per fare la rivoluzione. Perché quando ieri già si pensava a criticare aspramente il Napoli “che non aveva fatto abbastanza” in Europa, al 51' della gara col Lipsia una sorta di gelo avvolgeva più del vento siberiano che sta raggiungendo la nostra penisola. La folata agghiacciante aveva il volto di Mario Rui, il tanto vituperato sostituto di Ghoulam, e del suo segno di strappo mimato con le mani dopo essersi seduto sul terreno della Red Bull Arena. È stato quello il segno del compromesso: gli uomini non li hai per comandare in Italia ed in Europa, sei costretto a scegliere. Allora, meglio così, meglio che il comandante Sarri abbia solo una scalata da provare. Anche perché dopo aver cambiato colore al governo d'Italia, ci sarà il tempo giusto per lanciare la vera campagna d'Europa.