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erona nel destino. Mastino Hellas, uomo Chievo. Stefano Pioli non poteva immaginare che sarebbe andata a finire proprio così. Arrivato a 22 anni per la prima volta in città si era fatto ammaliare da Osvaldo Bagnoli. Stefano era un ragazzotto dalle regole ferree e dal temperamento forte. Uno che a forza di stringere i denti e cancellare dalla mente infortuni dolorosi, si è fatto uomo ancora prima di vivere le cose belle della gioventù.
Il destino lo ha voluto difensore, piegato al sacrificio. Che poi è diventata anche una sorta di regola di vita per uno che di se stesso dice: "Sono un lavoratore ipercritico con me stesso. Non vendo fumo, pretendo rispetto, e non voglio prendere in giro nessuno".
Oggi Pioli viaggia in giacca e cravatta. Il suo Chievo veleggia per i sette mari del calcio italiano con il vento in poppa e guarda quasi tutti dall'alto in basso.
Quarto posto, zona Champions. Roba da far venire i brividi a tutti. Non a Pioli, che ieri in visita al nostro giornale si è concesso un'ora di pensieri in libertà. L'impressione è che questo uomo semplice nei modi e nei metodi di lavoro abbia già lasciato il segno al Chievo in appena tre mesi di lavoro.
Pioli, domani il Sassuolo e domenica il 'suo' Parma. Il passato torna tutto di un colpo.
«Torna, ed è bello vivere emozioni intense. Fanno bene, ti fanno sentire vivo. Io, però, non mi farò distrarre dai richiami del cuore. In testa c'è solo il Chievo. La tendenza è buona. Cerchiamo continuità. Voglio fare bella figura. In Coppa Italia come in campionato».
Parma, però, racchiude il suo mondo...
«Sono di Parma, la famiglia è di Parma, gli amici sono di Parma. Li ho giocato ed allenato. Il finale non è stato bello. Voglio ripresentarmi in forma. E fare bella figura. L'emozione emergerà nel prepartita. Poi ci sarà spazio solo per le cose di campo».
Chievo quarto in classifica. I suoi sono pensieri da Champions?
«Assolutamente no. Il riferimento è solo uno: la richiesta della società che vuole la salvezza. La serie A si conquista a 40-42 punti. Altro non vedo e non sento».
Pioli, questo è già il suo Chievo?
«Sì, fin dall'inizio, fin da subito. E il merito di chi mi ha accolto, di chi lavora con me. La società e il gruppo sono eccezionali. Ascoltano, lasciano fare. Lavoro bene, e così è tutto più facile».
Cosa ha conservato del ragazzo che ogni domenica scendeva in campo per sfidare i grandi attaccanti del suo tempo?
«Il rispetto per me stesso, per il mio lavoro, per i ruoli, per tutto quello che mi girava intorno. Rispetto vuol dire anche sacrificio e rinunce».
Mai una serata mondana?
«A vent'anni puoi divertirti. Ma lo devi fare con la testa. E poi dipende da quello che vuoi ottenere nella vita. Io pensavo a calcio e famiglia, visto anche che mi sono sposato giovane. A vent'anni mi davano del vecchio. Ma a me va bene così».
Porta la famiglia in panchina?
«Porto i consigli di mia figlia Carlotta. Mi segue ovunque, vuole essere allo stadio quando papà va in campo. Mia moglie Barbara e mio figlio GianMarco vanno a completare il mio splendido paradiso di libertà».
A Parma che cosa non ha funzionato?
«Ero arrivato in un momento difficile, mancava una solidità societaria. Penso di essere riuscito a completare solo il 70% del lavoro che mi ero prefisso di portare a termine».
Oggi direbbe di no?
«A 41 anni ti offrono la panchina della tua squadra. Un'occasione che non puoi rifiutare. Ero convinto di fare la cosa giusta. Come tutte le altre volte che ho scelto una panchina. Il passato mi ha detto che ho sbagliato solo una volta: proprio a casa mia. Ma ho avuto modo, dopo l'esonero, di ripartire, di ritrovare credito e serenità. Grosseto, Piacenza e Sassuolo mi hanno permesso di ritrovare poi la serie A».
Prima e dopo la partita?
«Prima dormo, dopo no. Riguardo la gara, rivedo mentalmente tutto quello che è successo. Andare a letto non servirebbe. Non riuscirei a dormire. Sono fatto così. Ed ho imparato a gestirmi. Il lunedì diventa così il giorno più faticoso della settimana. Ma mi riprendo in fretta».
La partita più bella da giocatore?
«Non una, ma tre. La finale dell'Intercontinentale giocata a Tokyo contro l'Argentinos Juniors. Ricordo di essere entrato al posto di Gaetano Scirea. E poi un Milan-Verona finito 0-0. Il giorno dopo guardando le pagelle venni premiato da tutti con una sfilza di otto. Il mio merito era stato quello di marcare alla grande nell'ordine: Van Basten, Virdis e poi Mannari. E poi c'è anche la rete promozione messa a segno con il Parma contro la Sanremese. Segno e andiamo in B. Il massimo».
Occasioni perse?
«Sì, e per colpa di continui infortuni. Il famoso giornalista Vladimiro Caminiti quando ero alla Juve mi aveva ribattezzato l'eterna promessa. Ma quando stavo per sbocciare, ecco che arrivava l'infortunio. Il peggiore? Sono alla Fiorentina, va tutto a gonfie vele, Azeglio Vicini mi comunica che sono finito nel giro della Nazionale. Dico: è fatta. E proprio in quel momento mi rompo il ginocchio. Destino».
Sartori e Campedelli?
«Contatti quotidiani, ci confrontiamo su tutto. È bello parlare, confrontarsi, è giusto farlo. Poi, io sono il responsabile tecnico della squadra. Rispondo sempre di quello che faccio».
Se un giocatore finisce in panca o tribuna, può venire a chiedere spiegazioni?
«La porta è aperta. Ma con i ragazzi sono stato chiaro: le scelte sono fatte in funzione del bene della squadra».