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Una mezzora in compagnia di Antonio Nocerino, tra ricordi e ambizioni futuri. Perché l'ex centrocampista non dimentica quanta strada ha dovuto fare per arrivare a realizzare il sogno di una vita. Nella chiacchierata in diretta concessa al canale ufficiale Instagram di calciomercato.com ci sono esperienze vissute, consigli per come vivere questi giorni difficili e tutti dei retroscena legati al suo passato con le maglie di Palermo, Milan e Juventus. 

Ciao Antonio, tu adesso sei negli Stati Uniti vero?
"Esatto, io da quattro anni vivo in America a Orlando".

Com'è la situazione negli Stati Uniti? Come stanno affrontando l'emergenza del Coronavirus?
"Stando in casa, qui in Florida hanno chiuso tutto. Quindi la cosa che bisogna fare è stare a casa, tutto qua".

Come stai trascorrendo questi giorni di quarantena?
"Io ho la giornata molto impegnata avendo quattro figli. Molto piena, sfrutto il tempo per stare con loro. Da diverso tempo ho iniziato a intraprendere la strada dell'allenatore, mi aggiorno e cerco di imparare. Studio il più possibile, cerco di assorbire più cose e farmi trovare pronto quando tornerà il calcio che è quello che ho sempre fatto".

Non sarà facile intrattenere quattro bambini piccoli a casa in una situazione del genere...
"Guarda io ho sempre viaggiato molto nella mia carriera, sono sempre stato lontano da casa. Quindi ti dico la verità: non c'è momento migliore di quello che passo con i miei figli. Mi sto godendo questi momenti, a me fa va bene. Non c'è posto più bello di stare con la famiglia, non mi pesa".

Sei andato via di casa a tredici anni per andare alla Juventus...
"Si, ho iniziato il mio sogno lì. Sono andato via presto ma ne è valsa la pensa perché mi sono tolto delle  grandi soddisfazioni".

Nella nostra diretta hai ricevuto saluti da ogni parte d'Italia: Palermo, Torino, Milano. Significa che hai lasciato un ricordo umano e professionale importante in tutte le tue tappe della carriera, non credi?
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Sembra una frase fatta ma non lo è, questa è la vittoria più grande. Entrare nel cuore della gente non è mai semplice, a me fa piacere avere lasciato questa immagine qui. La parte più importante del calcio sono i tifosi, senza di loro non saremmo niente. La gente ci riconosce, ci chiede gli autografi e allora io ho sempre cercato di rispettare, di dare sempre qualcosa in più. Le persone fanno i sacrifici per andare a vedere le partite".

Qualcuno ha rifatto quel coro dei tifosi del Milan: com'è che faceva?
"“Oh Nocerino, picchia duro, facci un gol.Chiamato Mister X, per due soldi è giunto qua. Adesso gioca segna ed esulta con gli ultrà. Questa è anche una cosa importante: vai al Milan, sei un giocatore normale, perché io sono stato un giocatore normalissimo, e avere un coro da una tifoseria importante per me è tanto. Vuole dire che la gente apprezza prima l'uomo che il giocatore. Alla lunga il giocatore finisce, l'uomo resta. Io so che c'erano giocatori più forti di me ma conoscevo i miei limiti. Non mi sentivo Maradona ma nemmeno un brocco, sfruttavo le mie caratteristiche. La mia fame, la mia testa mi dicevano questo".

Momenti esaltanti in maglia rossonera a livello personale ne hai vissuti parecchi: la tripletta al Parma, l'assist a Boateng nella vittoria contro l'Arsenal in Champions League. Quale ricordi con più affetto?
"Più che questi due che hai citato, io direi il gol al Camp Nou contro il Barcellona. Ti spiego solo perché: mai avrei immaginato di segnare in uno stadio del genere, mai avrei sognato di segnare contro una squadra del genere. Ma sopratutto perché sugli spalti c'era mio padre: è stata la sua prima volta all'estero per vedere una mia partita. Lo metto tra le prime cose per una affetto famigliare, per me è stata la cosa più importante a livello calcistico, Io non sono mai stato all'altezza di giocare al Milan, ma ero un giocatore che dava tutto per la maglia, per la gente e per i miei compagni. Sicuramente posso dire di aver dato tantissimo".
Che ricordo hai del Presidente Berlusconi?
"E' un grande, davvero. Ho un bellissimo ricordo del Presidente, persona incedibile, carismatica e visionaria. Aveva sempre una parola positiva per tutti, ti spronava, ti aiutava. E' un Presidente eccezionale, ho avuto l'onore e il piacere di parlare con lui in privato. Adesso spero che possano portare il Monza in serie A, perché lui e il dottor Galliani sono due vincenti. Anzi ti dico di più, sono sicuro che porteranno il Monza in serie A nei prossimi anni": 

Che effetto ti fa vederlo adesso così in difficoltà e con un Ibrahimovic sempre più lontano?
"Mi dispiace vederlo così perché lo seguo sempre. Sono rimasto in grande rapporto con tutti gli addetti ai lavori del club, mi fa male vederlo così. E' una grande squadra, una società gloriosa che merita il meglio perché ti assicuro che chi lavora lì lo fa con il cuore. Spero possa tornare presto sul tetto del mondo. Per quanto riguarda Ibra ha dimostrato di poter fare la differenza. Ovviamente ha bisogno di giocatori molto maturi come lui per farla ancora di più. Spero che in futuro il Milan possa fare un mix e non solo giovani. Servono giocatori come lui, che si prendano responsabilità. Lui adesso è un parafulmine per tutti".

Un giocatore che adesso si sta prendendo tante responsabilità è il tuo amico Ilicic, con il quale hai condiviso una felice esperienza al Palermo. Perché, secondo te, è esploso così tardi?
"Ma guarda, ti dico una cosa: Ilicic è sempre stato un fenomeno, anche al Palermo. Era un fenomeno, soltanto che giocava nel Palermo. La serie A era molto più forte di adesso e faceva comunque la differenza. Prima giocavi contro Samuel, Maicon, Nesta, Thiago Silva e Ilicic era già determinante prima. La cosa che ha cambiato è sicuramente la testa e in questo lo ha aiutato Gasperini. E' stato bravo a dargli continuità importante, ma non in campo, nella testa".

Vi lega qualche aneddoto di quando giocavate insieme nel Palermo? Lo hai mai ripreso per come si allenava?
"Si sicuramente qualche volta l'ho ripreso. Ti dirò che noi li proteggevamo, sia a a lui che al Flaco Pastore. Vi racconto un aneddoto: al Palermo avevamo un blocco di giocatori molto seri, molto uniti. Noi il giovedì facevamo delle cene a casa tra di noi e invitavamo anche loro con i propri famigliari. Era un modo per facilitare il loro ambientamento perché li aiutavamo in tutte le cose, per farli restare da soli. Pastore portava spesso i suoi famigliari, Abel Hernandez quando venne non sapeva una parola in italiano. Io lo portavo a cena per non farlo sentire solo, era giusto così. Il modo più veloce di farti aiutare in campo era quello di farli sentire come stessero a casa, insegnandogli la lingua e a conoscere il posto dove sono".

Il tuo obiettivo è quello di diventare un allenatore di livello. Hai preso spunto da qualcuno avuto nella tua carriera, magari come Allegri?
"Io ho iniziato questa carriera perché ho passione per questo sport, mi piace molto. Ho iniziato già a pensare di fare l'allenatore dopo Benevento, avevo capito che non mi sentivo più giocatore di questo calcio fatto di cose virtuali. Si bada poco al sodo e allora ho deciso di fare un altro tipo di carriera. I sei mesi di Benevento non mi sono piaciuti e ho preferito fare questa scelta qua. Ho avuto la fortuna di avere grandi allenatori, tra questi Allegri. Penso che sia molto più maturo rispetto al professionista che ho conosciuto al Milan. E' migliorato nella gestione dei giocatori, nella lettura della partita. Quindi a mio avviso adesso è un grande allenatore come hai detto te. Mi ha aiutato tanto quell'anno al Milan, ho un ricordo felice di lui":

Tu conosci la Premier League per averci giocato con la maglia del West Ham: Allegri può fare la differenza anche in quel tipo di calcio? E' nel mirino del Manchester United...
"Secondo me si, ma deve essere supportato dal club. La Premier League è un calcio molto diverso dal nostro, hanno abitudini molto diverse. E fisico, adesso gli allenatori hanno portato a una evoluzione tattica. Con l'esperienza che ha accumulato potrebbe fare benissimo".

Hai giocato una stagione alla Juventus al fianco di campioni del calibro di Del Piero, Nedved e Trezeguet. Ci racconti che persone che hai conosciuto e che ricordo hai di quella annata?
"Per me è stata una esperienza molto bella, venivo da un anno di serie B al Piacenza. Mi ero messo in testa di avere continuità, quando si è giovani vai incontro a tanti alti e bassi. Ho sempre privilegiato l'aspetto calcistico a quello economico o del nome della squadra. Avevo in testa di andare al Napoli o alla Fiorentina, per avere continuità. Avevo queste possibilità, però poi parlando con il mister Ranieri, uomo di grandissimo spessore umano, mi disse che se meritavo avrei giocato. Un uomo con la u maiuscola, di parola. Per me è stata una cosa incredibile questa, poi fortunatamente ho giocato 34 partite, facendone tantissime da titolare. Quell'anno arrivarono Almiron e Tiago, io mi sentivo un ragazzino venuto dal settore giovanile. Volevo meritare la fiducia e ci sono riuscito. La società Juve ti dà già i consigli giusti, poi ho avuto l'onore e la fortuna di giocare con Del Piero, Camoranesi, Trezeguet,  Buffon e Nedved: giocatori di uno spessore umano impressionante, davvero tanto. Ti arricchiscono calcisticamente in maniera allucinante, poi io ho avuto una grande amicizia con Pavel. Un professionista incredibile, la mattina andava a correre prima degli allenamenti. Un esempio di professionismo, ho avuto questa fortuna e ho cercato di assorbire tutti questi esempi che avevo".

In Nazionale hai giocato al fianco di un grande talento inespresso come Balotelli nel suo periodo migliore della carriera: cosa è mancato per vederlo ad altissimi livelli?
"La continuità, quella sicuramente. Stare con un allenatore, in un posto, più di tre anni e gli manca imparare a fare fatica. Ci sono tanti giocatori che amano giocare con il pallone ma si gioca anche senza. Ha delle qualità impressionanti, nemmeno lui sa quanto è forte. Spero che possa trovare un allenatore che gli dia la possibilità di esprimersi, che gli insegni a fare fatica. Nel calcio non esiste solo giocare con la palla ma anche fare fatica, quando inizierà a capire questo farà la differenza. Un mio vecchio allenatore mi diceva sempre che la fatica la superi lavorando, più ti allenavi e più ti abituavi anche in partita. Spero che possa esprimere una volta per tutte le sue qualità".

Per te che sei fuori che percezione hai di come è vista l'Italia all'estero in questo momento e quanto è difficile avere la famiglia lontana?
"In primis, ti dico la verità, sono fiero e orgoglioso, sempre di più, di essere italiano. Abbiamo una forza incredibile, non ci rendiamo conto realmente di dove viviamo, di come siamo belli e di come siamo speciali. Il nostro Paese è una chicca, è il più bello del mondo. Te lo dice uno che ha girato molto e che vive all'estero. Noi abbiamo dei medici straordinari, sono degli eroi. Vedi questo e sei sempre più orgoglioso. Per noi non è facile, io ho in Italia le mie due sorelle, la famiglia di mia moglie e tanti amici e sono lontano. Io spero con tutto il cuore che chi prima andava a correre,perché ho letto molte cose, smetta. Devono stare a casa, pensare al noi e non all'io, pensare al Paese. Pensare a chi sta sacrificando la vita e il tempo, perché hanno famiglia e rimanere a casa. Ci chiedono solo questo e va fatto. La speranza è che tutto possa passare, che si possa risolvere il prima possibile".