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Cinque, venticinque, settantaquattro. Tre numeri che ancora oggi, dopo quarant’anni, qualche appassionato de “La smorfia” gioca al lotto come terno secco. Perché non si tratta di semplice aritmetica, ma di cifre magiche. Ciascuno di essi, infatti, segnala il preciso arco temporale in cui, nello stadio Sarria di Barcellona, avvenne un miracolo tutto sommato annunciato. La metamorfosi di un giocatore della nazionale italiana il quale sceso in campo come Paolo Rossi nel momento in cui infilò il tunnel per tornare nello spogliatoio era diventato Pablito, il “castigo” del Brasile da lui colpito e affondato con tre gol leggendari.

Le abbiamo viste e riviste quelle tre prodezze e ancora le rivedremo provando sempre le medesime emozioni suscitate quel giorno. Le portiamo scolpite nella mente e nel cuore proprio come le custodiva Paolo che, dopo tanto tempo, talvolta faticava credere in ciò che era riuscito a fare. Sembrava un sogno. Ma a ricordargli che, invece, era tutto vero ci pensava la gente che, ovunque si trovasse, lo avvicinava pregandolo di fare un “selfie” per ricordare il momento. ”E’ pazzesco - mi diceva - anziani ma anche bambini. In Italia ma anche in giro per il mondo. Persino in Brasile dove un taxista dopo avermi inquadrato bene nello specchietto retrovisore voleva scaricarmi dalla macchina perché gli avevo fatto vivere il giorno peggiore di tutta la sua vita. Qualcuno mi disse che certi malavitosi sudamericani avevano stabilito di farmi fuori per via del danno che gli avevo recato eliminando il Brasile. E’ certamente una leggenda metropolitana, ma ti può dare la misura esatta di cosa combinai veramente quel giorno”.
Ce la raccontavamo così ogni volta che ci incontravamo qua e là per l’Italia. A Torino, in Versilia, a Vicenza, nel suo eremo di Bucine. Fino al giorno in cui, nella sala della morgue di Siena, mi affacciai sopra quel giaciglio assurdo dove mi parve dormisse. E gli dissidi smetterla perché c’era ancora tanto da fare. Non mi diede retta e continuò a dormire. E allora promisi a me stesso che avrei continuato da solo la strada che avremmo dovuto percorrere insieme raccontando di lui e delle sue opere parlandone come se nulla fosse cambiato. Non è difficile perché le affettuose lontananze consentono di miscelare il sogno con la realtà rendendo i primi più veri della stessa verità. La morte, in questo senso, non esiste.

Alla base di tutto c’è l’amicizia. Quella vera che non scade mai anche se le frequentazioni diventano sempre più rare perché la vita impone di battere strade diverse. Ma dai tempi di Vicenza, lui ragazzino di belle speranze, passando per quel Mondiale e poi a Torino per poi chiudere a Verona tra dolore fisico e morale, il legame è stato talmente forte e complice da poter giocare persino con l’inganno. C’era il silenzio stampa degli azzurri in Spagna. Ebbene, quasi tutte le sere Paolo ed io ci parlavamo al telefono. Proprio come Darwin Pastorin faceva con Claudio Gentile, suo grande amico. Nessuno ne sapeva niente e nessuna delle frasi scambiate sarebbe mai stata mai resa pubblica. Uno scoop non vale minimamente un legame solidale. E fu proprio alla vigilia della partita con il Brasile che Paolo di disse dalla sua camera di hotel: “Non so come e né il perché, ma ho la percezione che qualcosa stia cambiando”. Vero. Il giorno dopo, sarebbe nato Pablito.