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Per diventare un buon difensore centrale, devi anche essere un po' guascone. Ed Ezequiel Munoz lo è. 'Scusate, ma non parlo italiano correttamente', ha detto testualmente in zona mista - tra l'altro con una perfetta pronuncia - subito dopo Palermo-Cagliari. Fuggendo così dalla selva di cronisti pronti a incalzarlo per raccogliere le solite battute con cui riempire i taccuini. L'italiano era correttissimo, il sorriso che gli si è allungato sul volto il manifesto di una scaltrezza che fa a botte con i suoi 20 anni ancora da compiere.

Alle botte il nuovo imberbe acquisto del Palermo ricorre anche. Solo in campo ovviamente, e sono quelle 'botte' che servono ai difensori per contrastare gli attaccanti. Chiaro il responso di Matri a fine partita: 'Non lo conoscevo, era la prima volta che lo vedevo giocare e mi ha impressionato: è bravo e molto fisico'. Appunto. A vederlo da vicino, Munoz, ti accorgi che non è altissimo. Ma è un armadio a quattro ante. Molto ben messo muscolarmente, fa della forza nonché dell'esplosività e dell'attenzione maniacale sull'uomo i suoi fiori all'occhiello. Adesso appare abbastanza evidente: il numero 6 rosanero, dalle caratteristiche tecniche, ha le 'physique du role' del più celebre Samuel, al quale si ispira.

All'esordio nel campionato italiano, ha tradito un po' di emozione. Comprensibile. D'altro canto, però, Munoz ha di buono il fatto che cerca di non buttare mai via il pallone. E forse questo segna la differenza tra chi potrà diventare un buon difensore e chi ambisce a imporsi come uno dei migliori. Contro il Cagliari ha sempre provato a uscire a testa alta per cercare con gli occhi il compagno meglio piazzato. Alla bisogna non ha lesinato un lancio lungo per Hernandez. Il piede c'è. Certo, 'El nino di Pergamino' deve ancora scafarsi. Domenica scorsa è stato uno dei migliori del Palermo, ma la sua prova non è senza macchia: a metà del primo tempo Matri lo ha sovrastato di testa e per pochi centimetri non ha trafitto Sirigu. Poi Munoz ha preso le misure, riuscendo a chiudere con tempestività.

La sensazione generale è che abbia scalzato Glik nelle gerarchie. Rossi ci guadagna in senso tattico, verticalizzazione e rapidità, ma perde nel gioco aereo. Si può sempre migliorare, ma l'altezza di Munoz è quella che è. Il lavoro di madre natura si è già fermato, al resto deve pensarci Rossi. Anche se i presupposti lasciano sorridere. Proprio come fa quel guascone costato 5 milioni di euro. Una cifra che non si spende mica per tutti.