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Avete presente una Ferrari d’antan tenuta ferma in un garage per troppo tempo? Cilindri, pistoni, candele, tutto da rifare. Fiato al motore alzando i giri, per riportarla in pista. Nel corso della sua carriera. Pandev è stato la fuoriserie lasciata fuori a impolverare, senza considerarne le qualità, i limiti, la cilindrata. La fretta, che anche nel calcio miete vittime, non ha risparmiato Goran Pandev, dato per finito più volte con sentenze inappellabili. “E’ un ex”, che in bocca a direttori, a allenatori e soprattutto a presidenti, suona a morto.

Eppure Goran tutte le volte è riemerso, con la capacità non comune di estrarre dal cilindro quel colpo ad effetto, tipicamente mancino, perciò diverso, imprevedibile, meraviglioso. Dai cromosomi slavi ha ereditato talento e una certa dose di apatia, che può portarlo talvolta a estraniarsi dal gioco. Poi accende l’estro e di colpo ha la capacità di vincere da solo. Ci vuole istinto per la giocata in verticale, tra le due linee avversarie, laddove il campo nasconde i suoi spazi. A parte Leo Messi che non sbaglia un colpo, molti registi d’attacco possono essere croce e delizia di una squadra. Nei suoi momenti no al giocatore istintivo serve fiducia. Quando le gambe non girano non salta l’uomo, la perde e lo stadio rumoreggia, serve fiducia e tranquillità. Serve pazienza con chi ha il coraggio della giocato decisiva.

Non è sempre stato così per Goran, talvolta sottostimato. Da Benitez o Leonardo ad esempio, in nerazzurro; entrambi i tecnici contrari al lavoro di forza, necessario al ragazzo di Strumica, cresciuto con Delio Rossi. Solo Mourinho, con la capacità di mantenere costante la tensione nervosa e l’intensità, sa come sopperire al minor lavoro fisico atletico, con la preparazione mirata a sostenere le molteplici competizioni che un club di grande caratura deve affrontare nell’arco della stagione. Mourinho, si sa, era “speciale”, per la capacità di entrare in sintonia con i suoi uomini e tirar fuori da ognuno quelle risorse nascoste che il corpo non sa di possedere.
Al termine della seconda stagione nerazzurra, passato al Napoli di Mazzarri, Goran ricominciava ad allenare la forza esplosiva, in modo più incline alle sue caratteristiche. L’inizio fu però faticoso, fino a novembre le gambe non giravano a dovere, sovraccaricate da un lavoro cui non era più avvezzo. Dopo una prestazione altalenante, Mazzarri in uno sfogo riservato confidava: “E' un ex”. Presto detto, Goran si trovò a giocare la domenica successiva contro la capolista Juventus al San Paolo. Ne mise due, uno più bello dell’altro. Ricordo di aver sentito Mazzarri nel post partita dichiarare ai microfoni: “ Lo sapevamo, d’altronde Pandev è un campione”. Col tecnico livornese fu un crescendo, ma dall’arrivo di Benitez ancora altri problemi; nonostante la stima di facciata lo spagnolo aveva i suoi pupilli. Goran, finita la stagione, volle lasciare.

Tentò così fortuna in Turchia, al Galatasaray, con Prandelli che aveva già il suo da fare a mantenere salda la panchina. Dopo l’esonero di lì a pochi mesi anche per Pandev si fece dura e non giocando andò giù di forma. Fu l’anno più triste e difficile della sua carriera, ma Genoa e Atalanta si ricordarono di lui tentando di riportarlo in Italia. La spuntò il Grifone, col presidente Preziosi da sempre innamorato di Pandev, fin dai periodi nerazzurri, quando chiamava ad ogni ora del giorno e della notte pur di averlo. Anche l’esperienza rossoblù tuttavia iniziava in salita. Il super lavoro di Gasperini non sortiva effetti, anzi sembrava “piombare” le gambe del macedone, arrugginite da un intero anno passato solo a corricchiare. Alla fine di dicembre un presidente adirato si abbandonava a un messaggio piuttosto esplicito: “Lo porti via immediatamente!!”.

Si sbagliava, fortuna del Genoa, e da finissimo intenditore si ricredeva, al punto di dichiarargli amore incondizionato: “Ecco il contratto, decidi tu quanto vuoi andare avanti…”.. Poco pazienti Juric e Prandelli, finiti per ricredersi, soltanto Ballardini e Thiago Motta hanno capito da subito che senza Pandev non si balla e lui, ormai da qualche anno, sembra tornato un ventenne. Bastava solo fiducia. Nelle sue gambe il motore di un cavallino rampante, qualche anno ancora (speriamo) per il bene del calcio.