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La decisione dell’arbitro Pasqua di assegnare il secondo rigore alla Juventus contro la Fiorentina non è solo frutto dell’interpretazione fiscale e ottusa del regolamento. Rappresenta anche l’incapacità dell’arbitro di accettare il Var come correzione del suo errore. Non sarà la prima, né l’ultima volta. Era già accaduto, l’anno scorso in Fiorentina-Inter e a beneficiarne - ironia del destino che dà e toglie - furono i viola. Ancora Commisso non c’era, ma qualcuno farebbe bene a ricordagli che quella volta, contro ogni logica ed evidenza, a essere favorita fu la Fiorentina. L’arbitro era Abisso e i viola, a pochi minuti dalla fine, stavano perdendo. Abisso punì con il calcio di rigore un fallo di mano inesistente di D’Ambrosio nell’area dei nerazzurri. Richiamato prontamente dal Var, l’arbitro rivide l’episodio senza però modificare la propria decisione. Eppure che D’Ambrosio avesse fermato la palla con il petto era evidente a tutti: dai colleghi di Abisso al Var ai giocatori e ai tecnici. Niente, Abisso assegnò il rigore anche se palesemente non c’era. 

Questo episodio è il padre di quello verificatosi domenica scorsa. Anche Pasqua, come Abisso, ha rivisto senza cambiare la decisione. Perché? Perché voleva favorire la Juve ai danni della Fiorentina? Ma, ammesso che l’ipotesi sia credibile, si potrebbe dire allo stesso modo che l’arbitro Abisso avrebbe voluto far pareggiare la Fiorentina contro l’Inter? Io non ci credo. Sia perché l’Inter è un club assai più potente della Fiorentina, sia perché gli arbitri sanno che, una volta davanti al Var, tutti possono valutare il loro operato. E allora perché né Pasqua domenica, né Abisso nella stagione scorsa hanno cambiato registro? Per il semplice motivo che, anche a costo di sbagliare, hanno voluto far prevalere l’uomo sulla macchina, l’occhio sulla tecnologia, perfino l’errore sulla giustizia.
Ovvero: l’arbitro sono io e non accetto, consapevolmente o meno, che qualcuno mi corregga. Abisso fu fermato per alcune giornate, Pasqua altrettanto anche se il suo caso è, secondo me, meno eclatante: il contatto tra Ceccherini e Bentancur c’è stato anche se non tale da giustificare la massima punizione. Il problema, però, è uno: ci sono arbitri che sempre meno volentieri vanno al Var e quelli che ci vanno si riservano di decidere come pare a loro. Si tratta di una sorta di rivendicazione della centralità che il Var ha tolto all’arbitro. Tuttavia, se si vuole che il Var sia uno strumento valido e serio, bisogna fare come in Inghilterra, dove l’arbitro non viene mai richiamato davanti al video, ma subisce - se così si può dire - la decisione del collega in cabina.

Esempio fresco di cronaca. Domenica scorsa, in Tottenham- Manchester City, l’arbitro Dean non ha fischiato un fallo di rigore per gli ospiti. L’azione è proseguita per tre minuti, durante i quali chi stava al Var ha analizzato l’episodio e ha deciso. Dean non è andato a rivedere nulla, ma si è limitato a fischiare il rigore su suggerimento altrui. Quindi, o gli arbitri italiani si abituano all’idea che anche l’arbitraggio diventa collettivo, oppure il Var è destinato a creare le stesse polemiche di quando non c’era. Ma sarebbe fare come mille passi indietro per averne rifiutato uno in avanti.