DOMANI I 70 ANNI DEL RE DEL CALCIO
"Auguri Pelé, più mito che padre".
Il figlio Edinho racconta il rapporto difficile con O'Rei: «Assente per 18 anni, meglio come nonno».

«Pelé 70». Con questo slogan che a noi italiani ricorda la finale mondiale persa in Messico nel 1970 proprio contro la Seleção di Pelé, i media brasiliani da giorni stanno celebrando il 70esimo compleanno de O’Rei del calcio. Pelé festeggerà in famiglia domani perché, anche se sul suo certificato di nascita è annotato 21 ottobre la data corretta è il 23, giorno scelto per omaggiarlo anche dalla squadra che l'ha reso celebre nel mondo, il Santos.

Per un ritratto inedito abbiamo intervistato Edinho, figlio 40enne di Pelé, che nel 2005 è stato in carcere per droga. Una parentesi dolorosa di cui preferisce non parlare. Oggi Edinho a Santos allena i portieri lui che portiere lo è diventato nella stessa squadra del padre, forse per ribellarsi al ruolo ingombrante di un padre - attaccante e mito - come il suo.

Edinho, che ricordi ha di Pelé padre?
«Sono stato allevato da mia madre, lui non stava mai con noi. Ho cominciato ad avere un contatto con mio padre solo tra i 17 e i 18 anni, quando rientrai in Brasile (dagli Usa) e decisi di dedicarmi al calcio, come portiere. In quel momento abbiamo iniziato a riavvicinarci».

Lei giocava a basket a New York e soprattutto aveva molti amici sui campetti del Bronx, non proprio raccomandabili. All'improvviso arriva in Brasile. Ci spiega il cambiamento in relazione al rapporto con suo padre?
«Mi resi conto di che significava essere il figlio di Pelé solo quando rientrai in Brasile. Parlando con la gente di qui mi accorsi per la prima volta davvero ciò che rappresentava. Negli Stati Uniti, dove Pelé andò a giocare nei Cosmos, era sì conosciuto ma il calcio non era popolare. Io e i miei amici giocavamo a basket e baseball, i miti sportivi erano altri».

L'ha aiutato a diventare calciatore il fatto di essere figlio di O’Rei?
«Quando, tornando in Brasile con l'idea di fare il calciatore, entrai nel Santos dicevano che ero lì solo perché ero figlio di Pelé. Fui criticato molto, non so se un'altra persona avrebbe sopportato tanta pressione. Pensavo sarebbe stata dura non conoscere le malizie del calcio, non avere fatto le scuole giovanili di base e, invece, superai entrambi gli ostacoli.

La parte più difficile fu quella extracalcistica. Già prima dell'esordio la pressione su di me fu enorme. Di solito un neo-acquisto comincia a essere criticato dopo le prime partite, su di me la pressione iniziò molto prima».

Pelé fu presente in questo periodo difficile?
«Sì, prima mi mise in guardia e poi si dimostrò padre. Mi diede molti consigli, mi fece riflettere, ma quando capì che fare il portiere era ciò che volevo mi diede forza. Da lui ho ereditato l'ostinazione e la voglia di vincere, sempre. Lo dimostra il fatto che sono stato titolare per 3 anni della porta del Santos».

Oggi lei è padre di due bellissime bimbe, Stephany di 10 e Sophia di 2 anni. Pelé nonno è meglio di Pelé padre?
«Certamente. Con le mie figlie è un nonno tipico, molto tradizionale. Dà loro tutto ciò che chiedono e - ride sinceramente divertito - concede sin troppi vizi alle bambine. È il prototipo del nonno che impazzisce per le sue nipotine. Sta compensando con loro e con i miei fratelli più giovani (Joshua e Celeste, figli dell'ultimo matrimonio di Pelé, ndr) ciò che è mancato a noi, figli del primo matrimonio. Oggi per fortuna c'è una grande unione familiare e il grande Pelé è strafelice di avere riscoperto e riscattato il suo focolare. Si può dire che abbia vinto anche in casa».