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  • Pepito Rossi rivela: 'Con il Barcellona era tutto fatto, vicinissimo alla Juve di Conte. Su Cristiano Ronaldo...'

    Pepito Rossi rivela: 'Con il Barcellona era tutto fatto, vicinissimo alla Juve di Conte. Su Cristiano Ronaldo...'

    Giuseppe Rossi, ex attaccante tra le altre di Manchester United, Villarreal e Fiorentina, ha concesso una lunga intervista a Cronache di Spogliatoio.

    MANCHESTER UNITED - "on pensavo al posto in cui sarei andato, bensì al prestigio di essere allenato da Ferguson. Di giocare con calciatori come Ronaldo, Giggs, van Nistelrooy. Pensavo a quanto sarei potuto crescere come calciatore in una squadra che ha sempre dato tanto valore ai giovani: il Manchester United li inserisce al momento giusto. Il primo giorno andai da Ferguson per firmare il contratto. Me lo trovai davanti e rimasi a bocca aperta. Avevo un tale personaggio davanti a me. Appena entrato, la prima persona che incontrai fu Ryan Giggs. Cioè, Ryan Giggs, stiamo parlando di un calciatore che amava anche mio padre. Fu uno schock vederlo alla reception che ci salutava".

    CRISTIANO RONALDO - "Cristiano aveva sempre voglia di migliorarsi. Voleva costantemente essere il migliore: si comportava per essere tale, sia in campo che fuori. In palestra, in ogni sfida, voleva sempre essere il numero uno. Ho un forte legame con Piqué. Gerard è arrivato il giorno dopo di me allo United, siamo cresciuti insieme a Manchester trascorrendo tanto tempo insieme tra cene, uscite e partite con le riserve. Quando saliva lui in Prima Squadra, andavo anche io. Abbiamo condiviso il percorso. Ronie lo conosco meno, lui era già tra i grandi perché aveva qualche anno in più. Con Gerard ci siamo aiutati a vicenda, andavamo a scuola insieme. Lui era uno dei primi che aveva avuto il permesso per andare a vivere da solo, gli altri vivevano con altre famiglie. Io avevo mio padre, Piqué era da solo e cenavamo da lui".

    STADIO PIU' IMPRESSIONANTE - "Giuseppe, qual è lo stadio che ti ha impressionato di più?», la sua risposta è limpida: «Io vado con Old Trafford. Cavolo, non è il più grande. Il campo è un po’ distante dai tifosi. Però c’è qualcosa di Old Trafford che è magico. Il campo è leggermente sollevato. C’è quella piccola collinetta, è tutto vestito di rosso. Il colore rosso è bello, mi piace. Ti dà un’energia unica. Quando giochi in una squadra così forte, le aspettative ti portano a non sbagliare niente. La pressione di giocare in casa davanti a 100.000 persone ti porta più responsabilità rispetto ad arrivarci come ospite. Con il Manchester United avevo quella sensazione lì. Quella pressione che si percepisce durante quelle partite tira fuori il meglio di te: mi ha colpito più degli altri per quello".

    BARCELLONA E JUVE - "L’ultima con il Villarreal fu una stagione straordinaria: dopo Messi e Ronaldo, in Spagna c’ero io. Mi chiamò il Barcellona, era già tutto fatto: il contratto era stabilito. Mancava soltanto l’accordo tra le società sul pagamento: il Villarreal voleva una parte fissa maggiore rispetto al bonus, il Barcellona al contrario. Appena il Barcellona lo seppe, cambiò obiettivi e non andai lì. Non avevo parlato con nessuno di loro, neanche con Piqué: in quel periodo non sentii nessuno a livello personale tra i giocatori. Quando ti arriva un’offerta del genere non ci pensi due volte: era in quel momento la squadra probabilmente più forte del calcio. Davvero un peccato, ma non ho nessun rimpianto. Il Villarreal mi aveva capito e io avevo fatto di tutto. Quando arrivò Conte alla Juventus ero vicinissimo, la trattativa ci fu. Avevamo venduto Santi Cazorla e la dirigenza mi disse: ‘Giuseppe, abbiamo già ceduto lui e non possiamo lasciar andare via anche te’".

    FIORENTINA - "Avevamo grandi giocatori: Mario (Gomez, ndr), Pizarro, Borja, Gonzalo, Cuadrado, Savic, Joaquin, Aquilani. Dovevamo dimostrarlo in campo: a dicembre eravamo secondi, eravamo lì. Tra di noi non parlavamo di Scudetto, ma se fossimo stati tutti sani, se io non mi fossi infortunato e Mario fosse tornato dall’infortunio, potevamo dire la nostra durante quel campionato. Purtroppo è arrivato ciò che è arrivato, spezzandoci le gambe. Siamo arrivati quarti, al giorno d’oggi sarebbe stata Champions League. La vittoria con la Juve? La sensazione di quella partita non posso dimenticarla. Prima della partita tutti parlavamo della rivalità con la Juventus: la percepivo, ma non la comprendevo. Durante il viaggio dall’albergo allo stadio capii però subito cosa significasse: mi lessi la storia, le motivazioni alla base di quella rivalità. In quel viaggio mi sono detto: ‘Questa partita qui è veramente una delle più importanti dell’anno’. In quel primo tempo partimmo con il piede sbagliato, quando fai qualche errore contro una squadra del genere li paghi. Montella ci disse due parole all’intervallo, davvero due. Metabolizzammo che dovevamo sputare sangue. Uscimmo dagli spogliatoi con la voglia di cercare il primo gol: rigore. Da lì, ti dico la verità, non ricordo niente. Ero in un momento di estasi. Dopo il mio secondo arrivò il terzo, di Joaquin. Non avevo più energie, poi trovammo il quarto. Tutto così veloce, tutto in un momento. Mi vengono i brividi quando riguardo i video".

    'HO VISTO PIANGERE' - "Quando sono uscito dallo spogliatoio per tornare a casa, alcuni dirigenti mi hanno detto: ‘Giuse, affacciati’. Sono andato alla finestra e c’erano centinaia di tifosi che cantavano: ‘Il Fenomeno’, che era il mio coro. Bellissimo, stupendo. Ho visto alcuni piangere, ho detto: ‘Cavolo, è veramente sentita’. Da lì capii tutto. Nel pre-partita avevo capito quanto fosse importante, durante la gara avevo percepito la tensione e quanto fosse bella, alla fine con quei momenti avevo capito di aver fatto una cosa storica. Un’immagine? Non lo so, è dura dirlo. Sono accadute tante cose che è difficile tornare indietro. Quando riguardo i video, non mi focalizzo sui gol: guardo i tifosi, la panchina, a bordocampo e capisco cosa ho dato alle altre persone. Ancora oggi ricevo messaggi".

    VOGLIA DI ESSERE IL MIGLIORE PIU' FORTE DELLA SOFFERENZA - "Odio fare retromarcia nel passato e indossare quei momenti. Non mi piace pensare a quello che è successo: ti metti a pensare e non trovi una risposta. Ogni infortunio ha avuto il suo brutto momento per quello che mi è stato tolto, hanno colpito i momenti migliori della mia carriera. La sofferenza è sempre durata poco, perché la voglia interiore di tornare ad alti livelli per essere il migliore e fare la differenza, quello che viene amato da tifosi e compagni, è sempre stata più forte".

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