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Solo un mese fa dare qualche credenziale all’ Inter sembrava da folli. Dire che Mancini era ripartito dai fondamentali rivoluzionando la difesa, rendendola molto più forte, era da tifosi ottusi. Ora no! Ora l’Inter è favorita! Ora riparte un ciclo! Ora vince tutto! Azzardare un pronostico motivandolo sembra da pazzi; inneggiare o denigrare dopo una vittoria o una sconfitta,  pare invece più realistico. Vizio antico delle nostre critiche/cronache. 

L’Inter non ha ancora vinto nulla ma è sicuramente cresciuta, anzi maturata e ha cominciato cambiando pelle in nome dell’intramontabile “Primo: non prenderle!”. Il comandamento di un decalogo breriano, fatto appunto da un unico comandamento. Brera amava lo 0-0 come perfetta sintesi di un calcio bilanciato, un calcio da delibazione estetico-concreta e non da balletto dionisiaco. Il secondo risultato accettabile era l’1-0; l’importante, comunque, era che  le squadre dovessero seguire la propria indole antropologico-caratteriale. Quelle italiane l’essere squadra “femmina” atta a subire (in realtà a controllare) e a ripartire (offendere) all’improvviso per segnare su un tentativo a partita. Difesa, filtro, marcamento ossessivo e palla in avanti ad uno veloce (Pablito) o potente (Rombo di tuono, alias Riva). 

Schemi elementari, ritagliati innanzitutto sulla fisionomia caratteriale  italica, costituzionalmente “debole” poco propensa alla corsa, all’abnegazione fisica, al furore; più tarata su machiavellismi estetici, ma produttivi. Il fine (la vittoria risicata) giustificava ogni mezzo (falli, falletti, il golletto di rapina, lo “stincato” rocambolesco, l’inconsapevole nuca) intessuto su “un tutti indietro” a spezzare il gioco, a plasmarsi sull’ attacco altrui per buttare la palla in tribuna. Spezzare e spazzare, poi si vedrà. L’assunto breriano nasceva dalla consapevolezza del riconoscersi più deboli, entro una concezione quasi  strategico-militaresca del calcio e quindi, alla Von Klusewitz, del saper considerare la ritirata anche un’azione offensiva. Il catenaccio (Rocco docuit) e i suoi innumeri successi, sancirono l’epica della Nazionale e di compagini nostrane, che riproponeva ogni volta l’affascinante storia biblica di Davide  contro Golia. I tedeschi ne sanno qualcosa.
Trapattoni fu il più breriano tra i vincenti, il grande stratega dei trionfi “sparagnini”, il teorico-pratico di squadre operaie basate su pedalatori, non tiratori di fioretto. Poi tutto cambiò, con la zona, il calcio-champagne, la difesa alta, le gloriose sconfitte alla Zeman e soprattutto Sacchi. Ora, stanco, di amnesie e di balletti più o meno eleganti, ma vuoti; del pugno di mosche dopo qualche passo di danza, il più elegante (dalla foggia dei completi a tre bottoni ai toni pacati e vellutati, pari solo allo sguardo felpato) tra i nostri allenatori si è stancato. Il Mancio s’è ricordato del Trap. Ha ricominciato dalla difesa, che é il gradino più forte e saldo di una ricostruzione identitaria calcistica e si è concentrato su un centrocampo filtrante. Come dire? Dal cashmere e dal Tasmania, non proprio al feltro, ma almeno al tweed. Così l’Inter, senza mai incantare, comincia a contare. Inanella 1-0, si concentra, bada innanzitutto a non prenderle, poi butta la palla in avanti. Finché Melo è quello della Fiorentina e non quello della Juve e finché non trova chi gli si appiccica addosso, la rotta pare segnata. Dove porterà è presto per dirlo, ma se continua così può darsi di vedere Mancini in panchina, con la tuta, senza cravatta. Capace di farsi espellere per invettive antiarbitrali prolungate, ma di vincere la ventesima partita di fila per 1-0.

Fernando Pernambuco