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Le verità saranno due, come sempre. Quella del defenestrato, se così andrà a finire in qualche modo con Gianluca Petrachi, e quella di Jim Pallotta. Due verità distanti ovviamente, considerando la totale assenza di rapporto 'diretto' tra i due, considerando che il presidente della Roma qui a Roma non l'abbiamo più visto. Abbiamo seguito però, le ultime mosse. Il tentativo di cedere il club a Friedkin, la spasmodica ricerca di un altro compratore. Il prestito. Il tutto, in mezzo a una situazione generale che definire malinconica è poco. Ora bisognerà vedere come reagirà la squadra alla ripresa del campionato. La speranza è che sappia isolarsi da tutto quanto gli sta accadendo intorno, pur con il rischio di fare i conti con quei giocatori che sapendo di andar via, beh, sapete com'è. Per carità, nessuna malevola accusa di scarsa professionalità. Però è chiaro che qualunque professionista in qualsiasi attività professionale non si ritroverebbe nelle migliori condizioni di lavoro sapendo di essere 'quasi' licenziato.

Nel frattempo, anche la storia di Petrachi a Roma sembra esser giunta ai titoli di coda, come si dice quando una cosa finisce. E al di là delle colpe e delle responsabilità - che l'ex Toro fosse un tipo forse troppo ruspante per le mille sfumature trigoriane lo si sapeva anche prima di ingaggiarlo - Petrachi che se ne va è un altro progetto che finisce nella stufa. Bruciato. Dopo Sabatini e poi Monchi, ingaggiato come una specie di Messia da Pallotta e dallo stesso Pallotta cacciato quale unico responsabile del fallimento della scorsa stagione, anche Petrachi non è più l'uomo giusto. Eppure, al ds che tutti danno per uscente - e qualcuno riporta anche di un salace sms a Jim Pallotta che non l'ha presa bene... - bisogna riconoscere di aver fatto cose molto buone in quello che poi è il suo mestiere, prendere giocatori e vendere. Smalling, Miki, Pau Lopez, ne cito alcuni. E quindi, aldilà di alcune imbarazzanti uscite pubbliche del ds, se il club avesse deciso di gestirne le qualità tenendo conto della sua esuberanza verbale senza mandarlo davanti ai microfoni per alcuni monologhi sabatiniani,forse le cose non sarebbero precipitate in questo modo. E adesso, i retroscena si sprecano. C'è chi dice che Petrachi non voglia fare il capro espiatorio di una campagna cessioni che si annuncia sanguinosa. Chi sostiene che i giocatori non lo amino affatto, anzi. E via così.
Il punto però è un altro. Resta impressionante il modo in cui nella Roma le porte girevoli siano sempre in funzione nei quadri dirigenziali. E come il progetto di oggi sia la carta straccia di domani. E alla fine, fa riflettere ciò che scrive oggi un collega di un giornale romano: “Forse, dopo quasi dieci anni, ci si dovrebbe interrogare su quelli che restano”.