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Ormai sembra tutto chiaro. Manca soltanto l’ufficialità e poi il segreto di Pulcinella svanirà in questa strana estate impossibile da dimenticare. Il prossimo responsabile tecnico del Milan sarà il tedesco Ralf Rangnick, che deve decidere se andare in panchina, oppure telecomandare dall’alto un allenatore di sua fiducia. Un’altra rivoluzione, quindi, come si è capito da mesi e come aveva capito prima di tutti gli altri Boban, licenziato come una colf che aveva rubato i gioielli della famiglia in cui lavorava. Dopo di lui, ma con formule e modi diversi, andranno via anche Maldini e Pioli, che da grandi professionisti quali sono lavoreranno fino all’ultimo giorno come se fosse il primo.

Il tempo, come sempre, dirà se questo nuovo ribaltone tecnico darà i suoi frutti, ma l’esperienza suggerisce che si tratta di un pericoloso salto nel buio, con tutti i rischi del caso. Chi paragona questa svolta al famoso precedente del clamoroso arrivo di Sacchi sbaglia per tre motivi: prima di tutto perché Rangnick non conosce il calcio italiano; poi perché, a 62 anni, è al tramonto di una carriera in cui non può vantare un curriculum ricco di successi come Ancelotti, per citare un collega con la sua età; e infine, o meglio soprattutto, perché Rangnick non avrà alle spalle una società forte come era il Milan degli anni Ottanta, in cui c‘erano dirigenti esperti come Berlusconi, Galliani e Braida. E siccome Pioli nel frattempo sarà su un’altra panchina, o nella peggiore delle ipotesi per lui sarà a casa, è molto probabile che venga rimpianto dai tifosi rossoneri come oggi è rimpianto Allegri alla Juventus.

In fondo la situazione per certi versi è simile, perché anche Sarri, come Rangnick, doveva essere un rivoluzionario, incaricato di garantire un gioco più spettacolare alla Juventus. Il tempo, però, ha dimostrato che senza i giocatori con le qualità del suo primo Napoli, e l’altra sera a San Siro senza Dybala e Rugani, lo spettacolo e i risultati rimangono un’utopia. Con l’aggravante, pensando al futuro Milan, che Pioli è criticato meno di Allegri, perché anche quei tifosi rossoneri che non lo consideravano in grado di guidare una grande squadra hanno finalmente capito i suoi grandi meriti. In un campionato che speriamo rimanga irripetibile, per le cause che hanno provocato prima la sospensione e poi questa intensissima ripresa, Pioli ha dovuto convivere anche con le voci sempre più insistenti sull’arrivo di Rangnick. Eppure, oltre a non perdere mai la calma nelle dichiarazioni, prima e dopo le partite, ha saputo compattare una squadra presa in corsa, che era al quattordicesimo posto, portandola in piena zona Europa League.
In casi del genere sarebbe stato comprensibile smobilitare a livello psicologico e di conseguenza tecnico. Invece, dopo la sosta forzata, il Milan ha vinto tutte le partite, pareggiando soltanto a Ferrara, ma soprattutto è riuscito a battere per la prima volta le squadre che lo precedevano in classifica: la Roma, la Lazio e infine la Juventus, che non incassava quattro gol dalla finale di Champions contro il Real Madrid. Tutti successi meritati e tra l’altro arrivati non soltanto grazie alla carica di Ibrahimovic, perché a turno sono stati protagonisti tutti: da Calhanoglu a Bonaventura, da Rebic a Kessie, da Leao fino al semisconosciuto Saelemaekers. Un successo di squadra quindi, con l’aggiunta di una eccellente condizione fisica, perché il Milan è sempre cresciuto alla distanza, come si è visto anche nel secondo tempo contro la Juventus.

Ce ne sarebbero abbastanza, quindi, di motivi per confermare Pioli, ma ormai la decisione è presa. E non avrebbe senso cercare un tardivo compromesso di comodo, chiedendogli di rimanere in panchina con Rangnick nel ruolo di direttore tecnico, perché Pioli ha una grande dignità che fa rima con professionalità e non accetterebbe una simile proposta. Per analoghi motivi, non ha senso chiedere a Maldini di fare il gregario in società, lasciando il peso delle decisioni importanti a chi conosce meno di lui il calcio italiano. E così il clamoroso 4-2 contro la Juventus rischia di essere ricordato come una partita stravinta per  festeggiare il presente, ma inutile per programmare il futuro. Quando Pioli sarà rimpianto ancora più di Allegri.