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Spiegare il ventennale della Sentenza Bosman ai ventenni di oggi. Una cosa difficile, più di quanto immaginassi. E non soltanto adesso che sono passati vent’anni dal quel 15 dicembre 1995, giorno in cui la Corte di Giustizia di Lussemburgo pronunciò la sentenza che avrebbe terremotato il calcio professionistico europeo. Già quando ne erano passati quindici mi capitò di scoprire che i ragazzi di oggi non sanno nulla di quel calciatore dalla cui battaglia solitaria scaturì la rivoluzione. Accadde durante una lezione universitaria del corso di sociologia dello sport, nel segmento dedicato al rapporto fra i processi di globalizzazione e il mondo dello sport. Si parlava del passaggio dalla cittadinanza nazionale a quella europea, e come in occasione dei corsi tenuti gli anni precedenti dissi agli studenti che la sentenza Bosman è stato uno degli atti che con più immediatezza hanno fatto percepire a noi cittadini di stati membri dell’Unione il senso d’appartenere a una società più ampia rispetto a quella delimitata dai confini nazionali. Espressi quest’opinione convinto che l’uditorio sapesse di cosa stessi parlando. E invece gli sguardi smarriti mi fecero capire che forse stavo dando qualcosa per scontato. Infatti quando chiesi se sapessero chi fosse Jean-Marc Bosman, e se avessero sentito parlare di una Sentenza Bosman, nessuno di loro rispose sì.

Una scoperta sconvolgente, e persino paradossale. Perché gli studenti universitari di cinque anni fa, come quelli di adesso, oltre che nativi digitali sono anche nativi bosmaniani. Nel senso che il calcio da loro conosciuto è quello ridisegnato dopo la rivoluzione delle Sentenza Bosman, soprattutto guardando al suo effetto più visibile: la libera e illimitata circolazione dei calciatori comunitari nei campionati dei paesi comunitari. Non sanno mica che ci fu un tempo in cui il discrimine cruciale per lo status dei calciatori non era fra comunitari e extracomunitari, ma fra indigeni e stranieri. E che il numero degli stranieri schierabili da ogni squadra era limitato a seconda dei regolamenti stabiliti dalle singole federazioni. Alcune più permissive di altre. Abituati alle formule che indicano lo schieramento delle formazioni in campo (4-4-2, 3-5-2, 4-3-3, 4-2-3-1 e così via), i ventenni di oggi non sanno nulla di quella che era obbligatoria per ogni squadra, indipendentemente dal credo tattico dell’allenatore: 6 + 5. Una formula che in Italia stabiliva il numero minimo di calciatori “selezionabili dalle nazionali” che in ogni momento della partita dovevano essere in campo, e il numero massimo di “stranieri” (non “extracomunitari”) che potevano affiancarli. Se, anche per un solo minuto, un allenatore distratto allineava in campo meno di sei “selezionabili”, era partita persa a tavolino: 0-2, e non 0-3 come adesso. E anche su questo aumento dei gol da appioppare per la sconfitta “in segreteria” bisognerà che qualcuno ci illumini, un giorno.

Ma ciò che più d’ogni altra cosa stupisce i ventenni di oggi, quando sentono raccontare la vicenda di Jean-Marc Bosman, è scoprire che ci fu un tempo in cui il calciatore rimaneva proprietà del proprio club dopo la scadenza del contratto. “Ma davvero succedeva questo?” chiedono, e non se ne capacitano. È difficile spiegare loro che adesso non ce ne capacitiamo nemmeno noi che quell’epoca l’abbiamo vissuta in piena coscienza, e non trovavamo nulla da dire su quello stato delle cose. Fino a che non è giunto un tribunale comunitario a dirci che quella disciplina del rapporto di lavoro era schiavista. Perché rendeva il calciatore un oggetto nelle mani del proprio club indipendentemente dall’esistenza di un contratto in essere. E cosa è, se non schiavismo, una situazione in cui il datore di lavoro è proprietario di una persona anziché di un rapporto di lavoro? Fu proprio contro questa disciplina del contratto che Bosman inizio la sua battaglia legale: perché il suo club, RFC Liegi, decise da un giorno all’altro di fargli cessare la carriera dato che nessuna squadra era disposta a pagare per lui l’indennizzo dovuto. Per lui, che era stato nazionale belga Under 21, ci fu soltanto un anonimo girovagare per squadre dilettantistiche. E chissà quanti altri giocatori hanno fatto la sua stessa fine, stritolati nel silenzio dall’arroganza padronale di presidenti che ne avevano facoltà per legge.
La questione della libera circolazione venne aggiunta alla controversia legale avviata da Bosman soltanto in un secondo tempo, e si trattò dello strumento che permise alle istituzioni europee di imporre al mondo del calcio un regime della mobilità dei cittadini europei che grazie agli accordi di Schengen era in vigore già da cinque anni. In questo senso, Bosman e la sua battagli fecero comodo a molti. E molti da allora ci hanno guadagnato. Escluso lui.

A venti anni di distanza i ragazzi di oggi possono dunque comprendere come la Sentenza Bosman sia stato un sacrosanto atto giuridico che ha migliorato lo status del calciatore in quanto lavoratore. Quanto alle conseguenze, invece, noi che c’eravamo venti anni fa abbiamo dovuto fare i conti con una serie di effetti imprevisti. A conferma del fatto che anche la azioni condotte con le migliori intenzioni possono far scaturire pessime cose. A partire dall’indiscriminata caccia al calciatore proveniente dai campionati esteri, spesso condotta come se si dovesse innanzitutto spostare denari all’estero anziché per ragioni tecniche. I campionati europei si sono riempiti di bidoni sudamericani, con grave discriminazione per i bidoni nostrani. E almeno su quel versante potrebbero farla valere la logica della filiera corta, no? E poi c’è stata la finanziarizzazione del calciatore stesso, che è stato liberato dallo stato di assoggettamento ai presidenti per vedersi trasformato in un asset acquistato da investitori privati e commercializzato come si trattasse di un pacchetto di obbligazioni.
Nel frattempo lui, Jean-Marc Bosman, ha avuto una vita molto difficile. Mentre, grazie alla sentenza che porta il suo nome, molti suoi colleghi sono diventati indecentemente ricchi, lui è sprofondato nella povertà. La fama non è andata di pari passo con l’autorealizzazione. Anche lui, adesso, ha dimenticato la Sentenza Bosman. Perché di benefici ne ha visti pochi, ma in compenso è stato isolato dal mondo istituzionale del calcio come fosse un reietto. Ha osato combattere per la propria libertà, e ha avuto pure l’ardire di vincerla. Imperdonabile.

@pippoevai