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La libertà non ha prezzo, dunque può costare una fortuna. L’ha scoperto anche Jeffrey Webb, ex presidente della Concacaf e altrettanto ex vicepresidente Fifa, uno dei principali personaggi coinvolti nello scandalo che ha travolto il governo del calcio mondiale e destabilizzato la quinta elezione di Joseph Blatter. Arrestato a Zurigo il 27 maggio e estradato negli Usa la scorsa settimana, Webb ha dovuto mobilitare tutti i beni disponibili nel patrimonio suo e della sua signora Kendra Gamble Webb per pagarsi la libertà su cauzione, dopo essersi dichiarato non colpevole. Una cifra spropositata: 10 milioni di dollari. Per coprire la quale l’ex numero 2 della Fifa ha dovuto impegnare pure l’anello di matrimonio regalato ai bei dì alla signora Kendra (LEGGI QUI).

Ma facciamo un passo indietro per inquadrare meglio il personaggio, e riprendiamo il filo di uno scandalo di cui in Italia quasi non si parla più. La figura di Jeffrey Webb è la più indicata per capire quale sia l’impianto del sistema di potere su cui Blatter e il suo predecessore Joao Havelange hanno governato autocraticamente per un quarantennio il calcio mondiale. Fino all’esplosione dello scandalo, infatti, Webb era presidente della confederazione del Nord e Centro America (Concacaf) e vice di Blatter alla Fifa: la prima carica detenuta dal 2012, la seconda dal 2013. Da entrambe le cariche Webb è stato sospeso dopo il blitz presso l’Hotel Baur au Lac. Ma fino a un attimo prima le teneva ben salde in virtù del fatto di essere presidente, dal 1991, della federcalcio delle Isole Cayman. Cioè, un Paese dove ci sono più sportelli bancari che calciatori tesserati. Ebbene, nel sistema di potere blatteriano un dirigente portatore di tale profilo poteva (può?) diventare il numero 2 del calcio mondiale. Del resto, la Fifa è quel misterioso organismo cui sono affiliati 209 Paesi, quando invece l’Onu ne affilia 193. E su questo scarto di 16 stati membri, che in molti casi sono dei Bantustan calcistici, è possibile costruire magheggi di ogni tipo. Basati anche sull’altro elemento di natura iperdemocratica secondo cui ogni federazione nazionale esprime un voto, e che tali voti sono paritari e non ponderati. Dunque il voto delle Cayman vale quanto quello del Brasile o della Germania. Grazie a tutto ciò il signor Webb è riuscito a diventare presidente di una confederazione continentale e vicepresidente del calcio mondiale nonostante sia il capo di un Paese calcisticamente irrilevante, pressoché virtuale. E certo non mi azzardo a dire che sia stato anche merito di tutto ciò se il signor Webb ha potuto accumulare ricchezze tali da poterci pagare una cauzione-monstre da 10 milioni di dollari. Mi limito a dire che la lista dei beni di lusso messi sul piatto per ottenere la libertà (a patto di risiedere in una località entro le 20 miglia di distanza dalla Corte di Brooklyn) è impressionante. Kristie Smythe, giornalista di Bloomberg, ne ha pubblicato una copia su Twitter (LEGGI QUI). Fra le altre cose si legge che Webb ha messo a disposizione 11 orologi di lusso: 5 Rolex, e singoli esemplari di Cartier Roadster, Hublot, Breitling, Panerai, Royal Oak Offshore e Luminor Marina. È stato dato fondo anche al parco automobili: una Ferrari del 2015, una Range Rover del 2014 e una Mercedes Benz del 2003. Come detto, anche la signora Kendra ha dovuto contribuire mettendo a disposizione un conto corrente bancario nel quale sono depositati 401 mila dollari, e varia nonché costosa gioielleria. Compreso l’anello di matrimonio donato da Jeffrey a Kendra alla vigilia delle nozze avvenute nel 2013, quando la scalata al potere e alla ricchezza pareva non avere limiti. Com’era quella storia che un diamante è per sempre?
P.S. Questa notizia di cui vi ho raccontato è stata lanciata per la prima volta sul web tre giorni fa. Ma nonostante sia già vecchia, non trovate delle pagine web di testate italiane che ne parlino. Le sole pagine in italiano sono quelle dei siti svizzeri (LEGGI QUI e QUI). E questa è l’ennesima espressione di una malattia dell’informazione italiana: che si occupa di un caso quando esso presenta circostanze clamorose (come un blitz del FBI con arresti di notabili internazionali), ma poi smette di seguirne le vicende quotidiane. Come se un caso giornalistico vivesse solo di titoloni e non d’indagine quotidiana. L’opinione pubblica italiana, a proposito dello scandalo Fifa, è ferma a fine maggio-inizio giugno. Ma siamo quasi a fine luglio, e l’inchiesta condotta dalle magistrature statunitense e svizzera non si è certo fermata, così come non si è fermata l’attenzione della stampa estera. Ve ne parleremo a partire dai prossimi giorni.

Pippo Russo
@pippoevai