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"Se non pratichi il contropiede è perché sei stupido". Parole di José Mourinho, pronunciate durante un’intervista pubblicata dall’ultimo numero del Sunday Times (LEGGI QUI). Più che una dichiarazione, un manifesto filosofico sul modo d’intendere il gioco del calcio. E questa filosofia prende nettamente campo nella disputa che gli spagnoli etichettano con la formula "juego vs resultadismo". Infatti il tecnico del Chelsea, in un altro passaggio dell’intervista, non ha dubbi su cosa si debba privilegiare fra la ricerca del gioco e quella del risultato: "Il calcio è di chi vince". Altra sentenza inappellabile. E rispetto a questi principi è giusto dividersi, perché le concezioni del calcio sono diverse e spesso deformate da fuorvianti idee stereotipe. A partire da quella di "gioco", le cui declinazioni sono piuttosto incerte e finiscono col creare equivoci dove sarebbe necessario fare chiarezza. 

Vorrei partire da questo elemento e provare a ragionare. Lo faccio chiedendomi: cosa intendiamo quando parliamo di "gioco"? Ci riferiamo all’esistenza di un agire organizzato e strettamente regolato da parte di una squadra, o piuttosto sottintendiamo l’idea di "bel gioco", cioè di un’esibizione di squadra che produca un’elevata cifra estetica? Forse a entrambe le cose. Perché bisogna dare per scontato che ogni squadra, anche quella organizzata nel più rudimentale dei modi, abbia un canovaccio da seguire; impossibile immaginare che essa non abbia un’idea di gioco, e che si affidi all’improvvisazione dei suoi elementi. Quanto al "bel" gioco, si tratta di un concetto inafferrabile perché soggettivo. Ciò che è bello per me può non esserlo per altri. La bellezza del gioco è la frequenza di giocate spettacolari, o piuttosto una dimostrazione di perfetta organizzazione da parte della squadra? La risposta è: entrambe le cose. Sono i gusti personali a fare la differenza.

È lo stesso discorso che si può fare a proposito del concetto di "spettacolo" nel calcio. Cosa fa, di una gara, una gara spettacolare? L’alto numero di gol? Certo, una gara che finisca 4-4 è a altissima densità emotiva, ma al tempo stesso fa storcere il naso ai puristi che accolgono quell’esito come una pacchianeria, frutto della pessima organizzazione delle due squadre e delle defaillances da parte delle difese. Allo stesso modo, uno 0-0 può essere visto come un esito "triste" da chi vorrebbe sempre partite ricche di gol, ma cionondimeno essere prodotto da una gara equilibrata e vibrante, di quelle che incontrano l’approvazione dei puristi. E dunque, si torna al punto: come possiamo pretendere di etichettare la qualità del gioco, e soprattutto di riconoscere oggettivamente cosa costituisca "bel gioco"? Tenendo conto di ciò scopriamo che il risultato è, rispetto al gioco, un elemento oggettivo. Il che non significa dare automaticamente ragione a chi ritiene che il risultato giustifichi ogni mezzo. Tutt’altro. E rimanendo al caso da cui prendo spunto, non si può che sottolineare quanto sia brutto il calcio praticato dalle squadre di Mourinho. Di cui non si può certo dire che non abbiano un gioco. Ce l’hanno, e si tratta di un gioco che non concede il minimo spazio all’estetica. Lui lo sa e non prova nemmeno a contestare. Il suo concetto di forza di squadra è quello che porta a imporre pure il non gioco, se necessario. Il che costituisce anche una bizzarria, perché in genere sono le squadre meno forti che cercano di fare scendere le più forti sul terreno del gioco anti-estetico, e lo fanno perché se affrontassero a viso aperto l’avversaria più quotata avrebbero solo da perdere. E invece le squadre di Mourinho, da una posizione di forza, impongono un gioco lento e ruminato. La cifra estetica è l’ultima delle preoccupazioni. Quasi una rivoluzione neo-conservatrice, col ricco che ruba al povero le armi con cui quest’ultimo dovrebbe provare a rovesciare le forze. 

Rientra in quest’ottica il buon uso del contropiede. Che è una figura del gioco troppo a lungo vituperata, e persino ridenominata (ripartenza), ma che mantiene la sua natura di colpo d’incontro sferrato al rivale mentre questo sta conducendo uno sforzo d’attacco. L’arma dei poveri, ma convertita in arma dei ricchi da questa trasformazione neo-conservatrice del calcio. Di tale sovvertimento José Mourihno è uno dei teorici. Per lui al ricco tocca vincere, con qualsiasi mezzo, e senza che gli si debba attribuire un dovere d’estetica pallonara. E è stata una fortunata coincidenza che le sue parole sul contropiede andassero in edicola nella stessa edizione del Sunday Times in cui venivano riportate le cronache sulla finale di Champions tra Barcellona e Juventus. Una gara il cui episodio che ha rotto l’equilibrio, il gol del 2-1, è venuto da un contropiede. Armato dalla squadra più forte e favorita dal pronostico. È il calcio di oggi, quello in cui non ci si può più permettere di essere poveri facendosene una ragione di forza. 

di Pippo Russo
@pippoevai