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Adesso che pure Diego Armando Maradona si è aggiunto al coro dei diffidenti il quadro è completo. E per Maurizio Sarri la sfida da condurre sulla panchina del Napoli assume i contorni da canovaccio western. Solo contro tutti, a recitare il ruolo da underdog, di quello che viene considerato svantaggiato dai pronostici. Con una differenza non da poco rispetto a qualsiasi altro underdog: che a lui tocca scontare pure diffidenze in casa propria, e che sono proprio le diffidenze di casa propria quelle più difficili da piegare. Se fino a poche ore fa le perplessità dell’ambiente napoletano correvano proferite a mezza bocca, adesso sono definitivamente un argomento di discussione.

L’ex Pibe de Oro ha sparato col bazooka dicendo che Sarri non è un tecnico vincente, e che con lui in panchina si prospetta un campionato da metà classifica. Parole perentorie, come sempre sono quelle pronunciate da Maradona. E però, con tutto il rispetto dovuto a quello che considero il più grande calciatore di tutti i tempi, vorrei ricordargli che quanto a esperienze da allenatore il suo pulpito non è dei più autorevoli. Soprattutto l’ultima esperienza a Dubai dovrebbe consigliargli di lasciar perdere il tema. Inoltre, quando dice che avrebbe tenuto Rafa Benitez l’ex fuoriclasse dimostra di essersi perso più di un passaggio nelle vicende recenti del Napoli calcio. A cominciare da quell’inopportuna conferenza stampa tenuta alla vigilia di Napoli-Lazio, ultima di campionato in cui la squadra azzurra si giocava un’insperata chance d’agganciare il play off di Champions League, quando il tecnico spagnolo dichiarò apertamente la volontà di andarsene (CLICCA QUI). Chi sarebbe stato a cacciare Benitez da Napoli, caro Diego?

Comunque sia, le parole di Maradona hanno definitivamente posto la questione della permanenza di Sarri sulla panchina azzurra. E d’improvviso si sono diffuse le voci di ultimatum dato da De Laurentiis all’allenatore e legato ai risultato delle prossime quattro gare (CLICCA QUI). A margine di ciò, Marcello Lippi se ne sta appollaiato sul trespolo e va dicendo in giro che aspetta l’occasione giusta per rientrare in gioco. Ma questa, va da sé, è soltanto una coincidenza.
E così l’underdog Sarri si trova definitivamente a combattere contro tutti una battaglia che fin qui aveva combattuto prevalentemente contro l’opinione pubblica non napoletana. Un confronto contro un nemico sfuggente, untuoso, composto da diffidenti sempre lì a chiedere se questo ex impiegato di banca, che si presenta davanti alle telecamere abbigliato come un professore d’Educazione Fisica, sia l’uomo giusto al posto giusto. Tutti pensano questo interrogativo. Soprattutto, in molti lo esternano e lo rivolgono anche a lui. Capita sempre più spesso durante le trasmissioni televisive, specie quelle delle interviste post-partita, di sentir chiedere a Sarri se lui, sì, insomma, diciamo in un certo senso, ma senza che questa voglia sembrare una critica, se a dirla tutta lui si senta a suo agio a Napoli e se la squadra si senta a suo agio con lui. Qualcuno glielo chiede pure, se lui creda di essere l’allenatore giusto per il Napoli. Una domanda che, oltretutto, è indicativa del peso politico che la stampa conferisce al Napoli. Perché potete star certi che se Sarri fosse andato sulla panchina del Milan, ben pochi sarebbero stati così arditi nel porre certi interrogativi che mettessero in dubbio la capacità del Milan di scegliere un allenatore.

Del resto, chi mai durante la scorsa stagione si è sognato di chiedere a Pippo Inzaghi se si sentisse all’altezza della panchina rossonera? E chi mai si sognò di chiedere a Ciro Ferrara se si sentisse all’altezza della panchina della Juventus?
Invece, da allenatore del Napoli, Sarri si sente rivolgere certe domande. E gli tocca pure rispondere. Lo fa perché è una persona a modo, ma soprattutto perché ci sono obblighi contrattuali di comunicazione da lui non voluti ma a cui deve attenersi. E così deve sottoporsi disciplinatamente al rito, e argomentare quando invece avrebbe tutte le ragioni di mandare a quel paese chi formula quelle domande. O di domandar loro a sua volta perché mai continuino a interrogarlo sul suo essere o meno all’altezza di una sfida così impegnativa. Che razza di domanda è? Un allenatore va giudicato per il lavoro che fa e per i risultati che ottiene. Se quei due parametri sono in linea con le aspettative o oltre, allora l’allenatore sarà stato all’altezza del compito; se saranno al di sotto delle aspettative, allora l’allenatore non sarà stato all’altezza del compito. E questo vale per Napoli come per Empoli, o per Madrid sponda Real, o per Pian di Scò. Ma non per Sarri, che è stato passato a questo specifico vaglio fin dall’inizio dell’avventura napoletana, costretto a fare i conti con una tara preventiva che sta rendendo tutto più complicato.

E sarà vero che fin qui i risultati non sono stati esaltanti, e che l’attesa organizzazione di gioco si è vista soltanto per qualche sprazzo di partita. Ma è altrettanto vero che fin qui anche altre protagoniste attese hanno sbagliato partenza, Juventus in primis. E a Allegri non toccava certo il lavoro di ricostruzione affidato a Sarri. Lo si lasci lavorare in pace, e al riparo dalla diffidenza. Un compito che tocca soprattutto alla società. Che se non è in grado di tutelare un allenatore, difficilmente può ambire a grandi traguardi.
@pippoevai