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Il suo grande avvenire comincia a rimanergli dietro le spalle. E non deve essere un bel vedere per Andrea Stramaccioni, che almeno stavolta in corsia di sorpasso non ci si sarebbe voluto trovare. I vaticini su una carriera da giovane allenatore destinato al successo cominciano a essere ripetutamente smentiti dai fatti, annichiliti dalla pochezza dei risultati sul campo. E per lui, cresciuto dentro una generazione di allenatori allevati con la gnagnera de “il gioco e il progetto innanzitutto, e piantatela con la volgarità del risultato come unità di misura”, la realtà comincia a farsi stretta. Perché di risultati se ne vede pochi, in linea coi suoi desiderata; ma purtroppo anche quanto a gioco il piatto piange. Istericamente. L’ultima tappa di questa corsa a sorpassare il proprio avvenire – che da canto suo se ne sta lì fermo, senza alcuna intenzione di mettersi in moto – si è celebrata lo scorso mercoledì pomeriggio. Quando al Tardini di Parma l’Udinese è Strama-zzata davanti al dead team walking che sta dando una lezione di dignità all’intero calcio italiano. E lui ha incassato pure questa, se l'è resa normale facendo sì che la stagione dell'Udinese s'arricchisse di un'ulteriore sfumatura di grigio. E confermando il particolare talento che già durante l'anno e mezzo trascorso sulla panchina dell'Inter aveva fatto intravedere: quello di mediocrizzatore.  Un talento mica alla portata di tutti, va detto. Perché a compiere un disastro è capace chiunque, mentre invece per portare una squadra ambiziosa sulla linea di galleggiamento dell'insignificanza e mantenerla fissa lì bisogna possedere delle doti da fuoriclasse.

Si tratta di un micidiale contrappasso per lui, abituato a pensare in grande e ansioso di scacciare via il minimo sentore di mediocrità. Lo si capì quella sera di settembre 2012, subito dopo la partita vinta 2-0 all'Olimpico di Torino contro i granata. In quella circostanza Stramaccioni sbroccò due volte. La prima durante la conferenza stampa, quando un giornalista osò dire che l'Inter aveva giocato come una provinciale. Intendeva essere un complimento, per rimarcare che una squadra di rango aveva saputo assumere la mentalità e lo spirito di sacrificio della squadra di piccola taglia per raggiungere un risultato in condizioni difficili. Un elogio che alla Juventus non hanno mai disdegnato, per dire. Lui invece la prese come fosse un atto di lesa maestà (all'Inter, ma soprattutto a lui), e invitò il cronista e i suoi colleghi a “sciacquarsi la bocca” ogni volta che toccasse loro parlare della squadra nerazzurra. Ma il meglio arrivò poco dopo, in occasione del collegamento con la Domenica Sportiva. Presente in studio, Emiliano Mondonico disse che quella sera la squadra di Stramaccioni gli aveva ricordato l'Inter “provinciale” (aridaje!) e “operaia” di Giovanni Trapattoni. Che, giusto per intenderci, vinse uno dei campionati di più alto livello nella storia del calcio italiano: quello del 1988-89, vinto raggranellando 58 punti su 68 e lasciandosi alle spalle il Milan più bello di Arrigo Sacchi (che quell'anno vinse la Coppa dei Campioni contro la Steaua Bucarest) e il Napoli di un certo Diego Armando Maradona. Paragonato a quell'Inter e a Trapattoni, il giovane predestinato la prese malissimo e mollò l'intervista con l'aria di quello che dice “lei non sa chi sarò io”. Mal gliene incolse. Perché su Trapattoni e sul suo calcio la si può pensare come si vuole; ma ciò su cui non  si può discutere è che affinché un collega possa cominciare a assumere atteggiamenti snob nei suoi confronti dovrebbe aver vinto almeno un quarto di quanto ha vinto il Trap. Purtroppo per lui, Andrea Stramaccioni non ha vinto nemmeno un quarto di quanto hanno vinto un Eziolino Capuano o un Aldo Papagni, che pure una panchina di serie A non l'hanno sfiorata nemmeno in sogno. E dato che certe sbruffonerie diventano cambiali a strozzo, ecco che di lì a poco la stagione interista diventò uno scivolamento nello squallore più cupo. Talmente da far sembrare prodigiosa, al confronto, la prima stagione di Walter Mazzarri, che se invece dal canto suo avesse collezionato la metà dei risultati negativi conseguiti da Stramaccioni nel ritorno della stagione 2012-13 sarebbe stato inseguito coi forconi. Certo, a parziale discolpa del giovin allenatore ci fu la straordinaria catena d'infortuni che nella seconda parte della stagione colpì i nerazzurri. E che s'abbatté su una rosa non adeguatamente puntellata durante il calciomercato di gennaio, allorché un tecnico più operaio e provinciale avrebbe preteso interventi maggiormente incisivi in vista della seconda parte del campionato.
Compiuta l'opera di mediocrizzazione dell'Inter, e dopo aver trascorso un anno sabbatico a sciacquarsi la bocca come opinionista televisivo, Andrea Stramaccioni si è visto offrire una nuova chance, come meglio non avrebbe potuto augurarsela: l'Udinese. Cioè una società organizzata, un parco giocatori sempre di buon livello e con ampi margini di miglioramento, un grado di pressioni e aspettative mai eccessivo, e soprattutto l'enorme eredità di un altro collega sul cui carattere è lecito nutrire opinioni contrastanti ma che quanto a doti da allenatore è fra i migliori in circolazione: Francesco Guidolin. Il giovane Stramaccioni arriva, prende possesso della panchina e cosa fa? Quello che meglio sa fare: mediocrizza pure l'Udinese. Un buon inizio, e poi il lento ma costante scivolamento nell'insipidezza. Fino a toccare il fondo a Parma con l'undicesima sconfitta stagionale. Numeri che un tempo non sarebbero valsi nemmeno un piazzamento alla Coppa Intertoto. E lui, ormai assuefatto a una linea di galleggiamento che s'abbassa sempre più come una marea, a rilasciare dichiarazioni di surreale mestizia nel dopo-partita: “Abbiamo mancato il vantaggio, e il Parma dopo aver segnato non ci ha concesso nulla”. Fategli un regalo: una sana gavetta, sia pur di ritorno. Sarà una cosa provinciale, ma certo gli farà bene.

@pippoevai