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Cose mai viste. Una stazione televisiva costretta a scusarsi ripetutamente, attraverso i suoi telecronisti e conduttori in studio, per la qualità dello spettacolo mandato in onda. È successo oggi alla Rai, in occasione della gara di Supercoppa Italiana tra Juventus e Lazio. Un match cui toccava aprire ufficialmente la stagione. E se in termini organizzativi le premesse sono queste, gli auspici per il 2015-16 si fanno cupi. Speriamo sia stata solo l’appendice della stagione precedente.

A partire dalla metà del primo tempo è iniziata la serie delle giustificazioni e delle prese di distanza rispetto alla qualità dello spettacolo che passava sui teleschermi. Uno spettacolo di qualità pessima in termini televisivi: dalla scarsità di telecamere alla gestione improvvida dei replay, dal tono Anni Ottanta del colore alla perdita di contatto col cronista a bordocampo, è stato uno degli show più imbarazzanti nella storia del calcio televisivo. Ci sono state persino delle sovrapposizioni audio in cinese che parevano delle comunicazioni di servizio mandate bellamente in onda, e inoltre molti utenti hanno segnalato via social network che il cronometro in sovrimpressione perdeva circa tre secondi al minuto. Striscia la Berisha non avrebbe saputo fare di peggio.

Di tutto ciò i giornalisti Rai si sono scusati a ripetizione, dando vita al primo esperimento di Apologize Tv nella storia. E hanno accompagnato le scuse precisando che una così penosa rappresentazione dell’evento non fosse loro responsabilità. Infatti la produzione televisiva della gara era cinese, così come l’intera responsabilità organizzativa. Sicché alla Rai è toccato nulla più che mandare in onda per l’Italia un contenuto confezionato da altri. E preso atto di ciò si viene a contatto col vero problema. Che non riguarda soltanto la produzione televisiva, ma l’intero business della Supercoppa Italiana 2016. Un disastro su tutta la linea che dovrebbe sollecitare qualche riflessione.

Non sto qui a fare il piagnisteo sul fatto che l’atto ufficiale d’apertura della stagione calcistica italiana si celebri dall’altra parte del mondo. Certo non mi piace, ma non è nemmeno la prima volta che succede né si tratta di un’esclusiva italiana. Esattamente una settimana fa la Supercoppa francese è stata disputata in Canada a Montreal, e il suo palcoscenico è stato il Saputo Stadium, intitolato ai proprietari del Bologna e dei Montreal Impact. Inoltre, l’anno scorso i francesi erano venuti a giocarsela proprio a Pechino. Certo, si potrebbe obiettare che gli inglesi non si sognerebbero mai di spostare il Charity Shield fuori dall’Inghilterra, e lo stesso dicasi per gli spagnoli e i tedeschi. Ma così ha deciso la Lega Calcio, che attua la volontà dei club, e senza che dal mondo dei tifosi si siano levate particolari voci di protesta. La logica di questo spostamento è quella della vendita del prodotto presso nuovi mercati. Una logica su cui, in linea di principio, non c’è molto da eccepire. Semmai si tratta di guardare a COME si vende. Anche perché, in casi come questo, si tratta di una vendita particolare: non l’alienazione di un bene, ciò che dà all’acquirente la libertà di farne ciò che vuole da lì in poi (e al limite di distruggerlo), ma piuttosto la concessione dei proventi da sfruttamento dell’oggetto. Uno sfruttamento che avviene per un tempo limitato, finito il quale il venditore torna in possesso dell’oggetto. Ciò fa sì che l’immagine e la credibilità del venditore rimangano in ballo. E per questo dovrebbe essere scrupolo, per il venditore stesso, non soltanto che l’acquirente paghi bene, ma anche che sfrutti l’oggetto in modo non dannoso.

Insomma, in queste circostanze non basta vendere: bisogna vendere bene. E il senso del “vendere bene” sta non tanto nel portare a casa più denaro possibile, quanto nel riservarsi dei margini di controllo sulla commercializzazione del bene venduto e in seguito restituito al venditore. È qui che è avvenuto il cortocircuito. La Lega ha venduto in Cina i diritti d’organizzazione e commercializzazione della Supercoppa 2016, ma la Supercoppa come manifestazione con una sua tradizione rimane cosa sua. E il suo valore come brand dipende dal modo in cui, da un’edizione all’altra, essa viene confezionata. Per questo, nel suo ruolo di venditore, la Lega avrebbe dovuto pretendere per contratto ben altri poteri di controllo sull’organizzazione dell’evento. E invece si è trovata impotente non soltanto al cospetto di una produzione televisiva dilettantesca, ma anche davanti allo scandalo di un terreno di gioco infame.

Il rito delle scuse dovrebbe dunque essere allargato ai vertici della Lega, a cominciare da un consesso di presidenti e amministratori delegati di club mediamente incapaci. Per poi spostarsi e andare un po’ più su. Direzione Infront. Un soggetto che, fra l’altro, è da poco finito in mani cinesi. Bel contrappasso questa figuraccia pechinese, mister Bogarelli.

Pippo Russo
@pippoevai