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Allora chi aveva ragione? Quelli che chiamavano Pirlo “maestro” sostenendo che sarebbe diventato uno dei più grandi allenatori del millennio o io che - solitario come sempre - dicevo il contrario fin dal giorno della sua nomina? Quelli che pensavano al decimo scudetto e alla Champions League o io che pronosticavo uno dei più grandi fallimenti della Juventus di Agnelli?

Le risposte sono nei fatti e, a dire la verità, non servirebbero neanche tante parole per stabilire la differenza e il merito tra tesi così contrapposte. Solo che in mezzo - come sempre - io ho ricevuto insulti, inviti a cambiare mestiere, attacchi personali, ironie pesanti, reprimende pubbliche come se fossi un pazzo visionario e non uno che avvertiva dell’inaffidabilità di un allenatore improvvisato, dell’assenza totale di esperienza e, soprattutto, dell’incolmabile distanza tra l’essere stato un grande giocatore e il diventare un buon allenatore.

Pirlo, almeno in una rappresentazione pubblica che si è capito dopo essere finzione, sarebbe dovuto essere l’allenatore dell’Under 23 di serie C, una buona squadra che con Pecchia aveva vinto la Coppa Italia di categoria ed era arrivata a giocarsi i playoff. Era un buon compromesso tra le aspirazioni di un allenatore all’inizio del proprio percorso e un grande club che investe nella seconda squadra perché faccia da palestra a calciatori giovani e tecnici di prospettiva.

Ma i calciatori della Juve vera - cioè la prima squadra - erano entrati troppo presto in collisione con Sarri per pensare di poter continuare con lui. Già nel gennaio di un anno fa il presidente Agnelli aveva promesso alla vecchia guardia che il toscano sarebbe stato sostituito non appena fosse arrivato lo scudetto. E non è un caso che anche Sarri abbia ricordato come sia stato ad un passo dall’esonero dopo la partita con il Cagliari (persa), la prima dopo la conquista matematica del titolo. Ma la mancanza di alternative (Agnelli aveva pensato a Buffon affiancato da un tecnico abilitato) e l’ottavo di finale con il Lione avevano consigliato di attendere ancora qualche settimana. Nel frattempo Pirlo veniva presentato come nuovo allenatore della Juve di serie C, anche se il grande spiegamento mediatico e la presenza di Andrea Agnelli al suo fianco avrebbe dovuto suggerire a noi giornalisti che la Juve, forse inconsapevolmente, ci stava mandando un messaggio chiaro.

Infatti, neanche ventiquattrore dopo l’eliminazione dalla Champions, Sarri fu esonerato e nel giro di poco venne annunciato Pirlo che, per la cronaca, non aveva ancora completato il corso Uefa Pro. Fu una scelta azzardata, ma non affrettata. Agnelli non poteva spendere troppo per un altro allenatore e, soprattutto, vuole bene a Pirlo come ad un fratello. In più Pirlo sembrava un giovane tecnico visionario, uno che usciva dai sistemi di gioco classici per proporre un calcio pieno di sorprese. Si sa che Agnelli da sempre sogna Guardiola, ma si sa anche che difficilmente ci arriverà. Pirlo poteva essere il Guardiola della porta accanto e il presidente si è fidato. Purtroppo per tutti era solo una suggestione.

All’inizio fu Frabotta e poi Portanova con i quali Pirlo voleva mostrare quanto il suo sistema di gioco fluido (difendo a tre attacco, attacco a quattro) fosse funzionale a prescindere dagli interpreti. A Roma, seconda giornata, la squadra non aveva né capo, né coda, sbandava a destra e a sinistra, difendeva bassa e poi, su una punizione, alla fine del primo tempo, aveva portato tutti i suoi effettivi oltre la linea della palla, tanto da subire un contropiede tre contro uno che non si vede neanche nel più scalcinato campo di periferia.

Il problema di Pirlo è che, oltre all’esperienza, è a corto anche di conoscenze. Tutti sanno cosa sono e a cosa servono le marcature preventive, ma non tutti sono in grado di allestirle e/o attuarle. Si disse, allora: bisogna dare tempo a Pirlo. Non ha mai fatto l’allenatore (come se cominciare dalla Juve fosse un’attenuante o un’esimente), non ha compiuto la preparazione estiva, non ci sono state amichevoli e, di conseguenza, sono mancati gli esperimenti.

L’attesa è stata lunga, gli esperimenti pochi e quando sono stati realizzati c’è stato da piangere. Contro il Verona, al ritorno, Pirlo ha schierato il 3-5-2 con Chiesa e Bernardeschi fuori ruolo, quando sarebbe bastato mettere Dragusin terzino per mantenere il 4-4-2. “Dragusin non è un terzino” rispose inciprignito l’allenatore quando glielo feci notare. Se è per questo neppure Bernardeschi è un “quinto” (eppure era stato schierato lì) e nemmeno Alex Sandro è un centrale di difesa. Perciò sarebbe stato meglio adattare un centrale a terzino (ricordate Barzagli con Allegri?) piuttosto che mettere tre elementi (Alex Sandro, Bernardeschi e Chiesa) fuori ruolo.

A proposito di fuori ruolo, Pirlo si è poi inventato Danilo centrale di centrocampo e, grazie ad un paio di prestazioni decenti, la critica gli ha appiccicato addosso l’etichetta del “geniale sperimentatore”. Peccato che, per scelta, l’avesse fatto già Guardiola con Lahm e, per necessità, l’onesto Pioli con Calabria. Senza per questo ottenere l’osanna nell’alto dei cieli.

Ora sarebbe ingiusto se riconducessimo il fallimento di Pirlo ai risultati, dall’eliminazione in Champions ai dieci punti di distacco dall’Inter. Il problema grave di Pirlo è che la sua squadra non ha un gioco. Ha fraseggio, ma non costruisce. Ha possesso ma non movimento. Ha dominio ma non idee. Chi avvia l’azione? Chi la prosegue? Su quali direttrici? Tutto è improvvisazione, molta è casualità.

Ma bisognava saperlo e dirlo prima. Come ho fatto io e nessuno con me.

PS.: da gennaio 2021 sostengo che questa Juve non andrà neppure in Champions League rendendo la stagione un autentico disastro anche dal punto di vista economico. Spero, per una volta, di sbagliarmi.