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Per questioni di Borsa, la Lazio non vuole sentire parlare di dimissioni, ma conferma la dinamica del lunedì di passione: Reja voleva andarsene, ma di fronte all’insistenza di Lotito e dei giocatori più fidati ha deciso di restare a sedere al suo posto, almeno finché non si riprodurrà la stessa situazione di domenica scorsa. Cioè fischi a pioggia. Si naviga a vista: «Ho avuto il conforto da parte del presidente - ha detto il tecnico, ieri a Formello - e una valutazione positiva da parte della squadra. Rimango il più a lungo possibile: se i risultati vengono, continueremo. Altrimenti prenderò una decisione insieme alla società. Non ci saranno ripensamenti, non rimango a dispetto dei santi». Stasera Reja sarà regolarmente in panchina, ma appena sentirà volare qualche fischio potrebbe decidere di cambiare aria. Una fiducia a tempo. Il timer ce l’ha in mano Reja, come fu nell’esperienza di Napoli. Il Cesena è un esame, ma il bivio vero è probabilmente domenica, contro il Palermo, all’Olimpico. Lì si capirà davvero se la frattura con l’ambiente potrà essere ricomposta.

«Si va avanti fino a giugno - prosegue Reja -: dovrò mettermi i tappi nelle orecchie e continuare a convivere con questa piazza». Ma con la società ha già parlato del suo successore: i nomi che circolano sono quelli di De Canio, di Casiraghi e di Marino. Poi Del Neri, un po’ staccato ma solo perché il suo schema non prevede spazio per i trequartisti come Hernanes. Salvo l’appello che fa ai tifosi «a restare vicini alla squadra», Reja non fa niente per tentare di ridurre la frattura. Ieri lui stesso ha fornito la metafora più calzante al suo punto di vista: «Qui non serve vincere, bisogna stravincere. Alla Lazio il quadro è buono, è la cornice che è marcia». Parole che definiscono anche una sindrome da accerchiamento, come se le fragilità della squadra, per altro ammesse, fossero solo il pretesto dei critici per attaccare briga.

In realtà l’insofferenza di Reja ha radici ancora più profonde: c’è il rapporto con i tifosi, alcuni dei quali arrivati anche all’insulto mentre rientrava con la moglie dopo la partita, ma c’è anche quello con la società, una sintonia più a parole che nei fatti del mercato. «Non ho chiesto fenomeni - ha puntualizzato Reja -, alla società ho parlato solo di caratteristiche». Tutti si devono prendere le giuste responsabilità, insomma, non solo l’allenatore. Sui giocatori arrivati e su quelli andati via, tipo Zarate: «La società ha fatto le sue valutazioni, io non sono il proprietario dei cartellini dei giocatori». Ma quella cessione ha fatto definitivamente saltare il patto tecnico-tifosi di Fiuggi, riscatenando la contestazione. Gli equilibri sono saltati, fuori e dentro il campo.