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14 agosto: una data entrata di diritto nella storia più tragica del nostro Paese. Non serve neanche aggiungere l'anno. Basta nominare giorno e mese per far correre la memoria collettiva alla più drammatica vigilia di Ferragosto che l'Italia ricordi.

Un viadotto spezzato a metà sotto la pioggia, che trascina con sé la vita di 43 persone innocenti sconvolgendo al tempo stesso l'esistenza di centinaia di famiglie che all'ombra di quel ponte ci vivevano. Un evento quasi inverosimile nella sua drammaticità che in una società bombardata costantemente da immagini sembra essere uscita da uno dei più classici disaster movie americani. Ma Genova non è Hollywood e il Ponte Morandi, per quanto fragile, non era una struttura in legno e cartongesso destinata ad esigenze cinematografiche.

Oggi, che da quella maledetta mattina è trascorso un anno esatto, l'Italia si ferma in ossequioso omaggio alle vittime di una sciagura che si doveva e poteva evitare. Sul luogo dove tra qualche mese sorgerà il nuovo viadotto si sono radunate le più alte cariche dello Stato. Visi mesti in giacca e cravatta si sono presentate con gli occhi lucidi battendosi il petto addolorati come se l'evento fosse stato figlio di un destino ineluttabile e non della criminale negligenza di troppi.

La storia, dicevano i greci, è maestra di vita e come tale deve essere tramandata per non far compiere alle nuove generazioni gli sbagli dei loro padri. E allora ben vengano il ricordo e la commozione a patto che essi abbiano un valore reale e non siano un mero carosello propagandistico di maschere tristi indossate per l'occorrenza. In caso contrario l'oltraggio a tutte le vittime del Morandi sarebbe maggiore del non ricordarle affatto.