I figli dei network satellitari e della comunicazione telematica faticheranno a crederci. Eppure credetemi. Fino alla metà degli Anni Ottanta, cioè prima delle invasioni barbariche mediatiche, esisteva un pianeta calcio dove non vi erano barriere. La gente aveva la possibilità di ammirare i suoi campioni non solo da lontano o in maniera virtuale, dentro e anche fuori dagli stadi. La stessa cosa accadeva ai giornalisti, i quali potevano liberamente frequentare gli eroi della domenica, purchè entrambe le categorie non violassero le elementari regole deontologiche, non scritte ma egualmente ben chiare a tutti. Succedeva  così che, strada facendo, potevano nascere rapporti di conoscenza e persino di amicizia destinati a cementarsi nel tempo. 

Personalmente sono felice di poter contare ancora oggi su legami con ex ragazzi famosi. Paolo (Rossi), Dino (Zoff), Marco (Tardelli), Antonio (Cabrini), Domenico (Marocchino), Giancarlo (Antognoni), Beppe (Galderisi), Niki (Zanone), Eraldo (Pecci), Gianni (Rivera), Gigi (Riva), Giovanni (Trapattoni), Renato (Zaccarelli). Loro specialmente. Ci si sente un bel po' di volte l'anno per sapere che effetto fa su di noi il tempo che passa inesorabile e un poco cinico. Un paio, poi, li porto davvero custoditi nel cuore perché speciali e preziosi. Gaetano Scirea lo trovo quando desidero, tra le pieghe delle nuvole, oltreché nelle voci di Mariella e di Riccardo. Cesare Prandelli lo raggiungo al telefono, in questo periodo sempre più impegnato a fare la spola tra Firenze e Orzinuovi. Simili per carattere e modo di porsi al prossimo. Autentici e puliti dentro. Due persone perbene, insomma. Un mare di ricordi torinesi tra cene, passeggiate in centro, partite alle carte, condivisioni assortite di gioie e di affanni. 

"Mi sa che ho deciso. Anche mio figlio è d'accordo. Andrò a lavorare in Cina". Così la voce di Cesare, al telefono, pochissimi  giorni fa per una comunicazione che mi lascia basito. Gli rispondo che una simile scelta sarebbe il secondo grave errore della sua vita professionale dopo quello commesso accettando e credendo, troppo frettolosamente, alle promesse di un presidente turco fuori di testa. In ogni caso faccia un po' ciò che si sente. Continuo, però, a essere convinto che se Prandelli avesse avuto un minimo di pazienza in più, dopo non essere riuscito ad evitare la trappola azzurra brasiliana, oggi si troverebbe sulla panchina della Juventus, dove Allegri non sarebbe mai arrivato. Di 'se' e di 'ma' comunque non si campa. Ma la Cina, suvvia! Un rischio troppo grande, anche se calcolato e soprattutto ben remunerato, che Cesare non avrebbe necessità di correre. Non adesso, almeno. Non al punto di una carriera 'interrotta' sul più bello e quando il bellissimo doveva ancora venire. 

Certamente, esempi eccellenti di migrazione parlano della possibilità di successo: Lippi, Capello, Trapattoni, Spalletti, Mancini, Zaccheroni. Esperienze positive e ricchissime per loro, ma connotate da un distinguo fondamentale almeno per quel che riguarda i primi tre allenatori. Loro avevano vinto tutto ciò che c'era da conquistare in Italia e in Europa. Ed è proprio qui da noi e in questo calcio che ha un bisogno assoluto di persone come Prandelli, in grado di insegnare soprattutto ai giovani non soltanto pallone, che lui deve pensare a vincere la sua prossima battaglia. Quella più importante. Occorre pazienza, è vero. Ma, come dice proprio il saggio cinese, aspetta seduto sulla sponda del fiume e, prima o poi, vedrai passare il cadavere del tuo nemico

Marco Bernardini