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Intervista al ct della Nazionale.
Prandelli: "L'Italia non può fare a meno di Cassano e Balotelli".
"Impossibile prescindere dalla loro qualità, ma devono meritare la maglia azzurra".

Prandelli faccia un salto indietro: 1˚ gennaio 2010, al brindisi lei a cosa pensava?
«Pensavo di avere una squadra che aveva superato il girone di Champions e si preparava al Bayern, era 4ª in campionato e in corsa per la Coppa Italia. Pensavo di poter essere soddisfatto. Il mio futuro lo vedevo là, a Firenze».

Davvero non pensava alla Nazionale, anche se si sapeva che Lippi l'avrebbe lasciata dopo il Mondiale?
«Era una cosa lontana e irraggiungibile, non avevo mai sprecato un secondo a pensarci. Cominciai a farlo il 18 maggio quando parlai per la prima volta con Abete. Fu il giorno dopo che si era sposato mio figlio».

La prima impressione?
«Ero onorato ma scettico. Avrei dovuto cambiare il lavoro che facevo da 20 anni e poi le mie scelte erano state fatte per continuare alla Fiorentina: è stato sofferto chiudere».

Lo è ancora, con le polemiche innescate da Della Valle?
«Mi serve ancora un po' di tempo per sentire chiusa quell'esperienza. Sono tante le cose belle che abbiamo fatto».

E che la Fiorentina non sta facendo senza di lei.
«La stagione è lunga, è partita tra le difficoltà ma si è già ripresa. Non è la delusione più forte nel campionato».

Lo è l'Inter?
«Le squadre non sono macchine che procedono sempre a pieni giri se le curi bene e gli cambi i pezzi che si rompono. Si poteva pensare a un calo dopo tutto quello che hanno vinto: successe anche alla Juve nel '78, l'anno prima che ci arrivassi. La fatica del Mondiale, lo stress, gli infortuni pesano».

Leonardo è la medicina giusta?
«Ha grande spessore tecnico e umano e può risvegliare l'ambiente e gli stessi giocatori. La medicina sicura però può essere la vittoria del Mondiale».

Al brindisi questa volta cosa ha pensato?
«Che mi aspetta un'annata con un obiettivo di risultato, qualificarci per gli Europei, e con uno di metodo: arrivarci con un gioco piacevole che coinvolga tutti».

Anche nel 2011 la Nazionale resterà un cantiere aperto?
«No, voglio chiuderlo prestissimo. L'idea è di arrivare alle prossime due partite, a marzo e a giugno, con un gruppo fisso di 25-30 giocatori su cui puntare».

Non sarà una scrematura facile, con tutta la gente che ha chiamato.
«Ma non ho mai illuso né garantito nessuno. Dovevo guardarmi intorno e lo avrei fatto anche di più se il campionato non mi avesse cassato certe curiosità che avevo in testa: c'è gente che mi aveva colpito ma non si è confermata nel tempo».

Lippi diceva che la Nazionale deve consegnarsi ai club piccoli e medi dove ci sono più italiani. E lei?
«La realtà è che una volta era più facile, si prendeva il blocco delle squadre principali e non si sbagliava».

Come era la sua Juve?
«Appunto. Allora si gestiva una stagione intera con 14 giocatori e qualche Primavera. Giocavano gli stessi anche nei momenti in cui non giravano al massimo: alcuni disputavano più partite di quanto si faccia oggi».

Come si può gestire in Nazionale una rosa allargata?
«Come nei club: con la chiarezza. Pochi concetti ma chiari».

E con quale chiarezza gestirà Cassano dopo quanto è successo?
«Se vogliamo creare una squadra che combini l'organizzazione con la qualità non si può prescindere da quelli come Cassano. Non ne vedo tanti in giro. Se dimostra di meritare la Nazionale lo convoco».

Il Milan può cambiarlo?
«Dal punto di vista tecnico non ha molto da imparare. Invece è importante avere un giocatore che sta in quel tipo di squadre in cui si respirano l'atmosfera del grande calcio e la voglia di vincere sempre. Si può fare il salto di qualità».

Vale anche per Balotelli?
«Ha respirato l'Inter di Mancini e Mourinho, ora il Manchester City che si gioca la Premier League. Le qualità tecniche ci sono e sono straordinarie. Il resto dipende da come saprà proporsi e lavorare. E dipende anche dal modo in cui tutti noi pesiamo le cose che fa e che dice a 20 anni».

Una critica che l'ha impressionata in questi mesi?
«Cerco sempre di cogliere qualcosa di costruttivo su cui riflettere. Perciò quando la critica, di fronte a certe partite difficili da portare a casa, ha detto che ci comportiamo come una squadra di club, è cresciuta la mia convinzione che questa è la strada da percorrere».

Lei però ha detto che di fronte a certe critiche lascia giornale o tv e legge un libro.
«Detesto le critiche non costruttive. Ne ho il massimo rispetto se ineriscono a quello che sto facendo, invece quando leggo cose non vere mi chiudo a riccio».

Ad esempio?
«Quando venne fuori che avrei convocato Totti per un'amichevole in suo onore mentre io avevo sempre dichiarato che la mia Nazionale non è il posto per riti celebrativi. Quella semmai era un'idea di Cassano e tale resta».

Insomma la porta è chiusa definitivamente?
«Totti, Del Piero e i campioni di quella generazione li potrei convocare se dovessi giocare una finale con la garanzia di averli al massimo della loro capacità. Non ha senso pensarci nel momento in cui sto impostando la squadra per il futuro».

Con o senza Buffon?
«Con. È il numero 1 tecnicamente e per l'attaccamento che ha sempre dimostrato verso la Nazionale».

Lui dice che vorrebbe arrivare ai Mondiali 2018 per partecipare a 6 edizioni e battere il record. Che ne pensa?
«Che si dimostra anche in questo un campione straordinario per voglia di esserci e di ottenere risultati: è la mentalità che serve alla Nazionale. Spero che arrivi al record e alle vittorie».

A proposito di presente: l'Italia sta sprofondando in tutti i ranking. Preoccupato?
«Per forza. Può crearci qualche difficoltà in più nei sorteggi anche se restiamo un Paese strano che nel peggio trova risorse straordinarie. Questo non significa che non si debba rivedere l'organizzazione e la cultura per ritrovare certi valori».

Si riferisce ai giovani?
«I talenti ci sono ma alle prime difficoltà fanno fatica e perdono sicurezza. Il segreto è trasmettere loro qualcosa di bello, insegnare che il risultato è importante ma non fondamentale, ripartire dalla tecnica perché è alla base di tutto».

Non c'è anche una colpa degli allenatori italiani che non amano i giocatori senza una collocazione tattica precisa? Prenda il caso di Diego nella Juve dell'anno scorso.
«È sbagliato pensare che l'organizzazione del gioco non sopporti il calciatore di fantasia. Infatti poi si cercano e si apprezzano i sudamericani come Pastore che crescono liberi di fare quel che vogliono. Io credo che gli allenatori italiani sono pronti a cambiare. Il problema è che se hai una squadra collaudata con due esterni offensivi che funzionano non riesci a piazzare un fantasista. Infatti Palermo e Napoli sono pieni di mezzepunte perché non hanno esterni. Un po' come la mia Nazionale. Li ho cercati ma non ne vedo».

Non crede che per limitare la confusione sarebbe ora di ritrovare uno stile di gioco italiano, come il Barcellona ha il suo e così inglesi e tedeschi?
«La condizione è che non si scimmiottino culture diverse dalla nostra. La mia idea è che non esistono stili né moduli perfetti e che oggi l'unico stile del calcio sia di saper leggere immediatamente il cambiamento all'interno di una partita. Quanto al Barcellona li crescono così da piccoli ed è un piacere vederli giocare. Non credo che lo sarebbe imitarli».