Resta da capire se la carriera di Cesare Prandelli si sia definitivamente inceppata quattro anni fa, con l’uscita dal Mondiale brasiliano - e da allora sono stati quattro anni scialbi puntellati di tentativi poco riusciti - o se invece quella sia stata soltanto una pausa spesa all’estero, una sorta di rincorsa non voluta che lo riavvicinasse a se stesso, al suo calcio, al suo mondo.

La serie A. Prandelli non vi rimetteva piede da otto anni, il Genoa è l’ultima chiamata per tornare ad essere quello che - per dieci anni buoni - è stato: un maestro di calcio, un ottimo allenatore, capace di alzare il livello delle squadre in cui ha potuto lavorare in tranquillità, pensiamo a Parma (biennio chiuso con due quinti posti e la qualificazione all’Europa League) e Firenze, che con lui in panchina ha vissuto una sorta di Rinascimento 2.0.

La domanda vera è: il Genoa in questo momento è la squadra giusta per l'urgenza di riscatto del tecnico? La risposta in realtà è una sola: lo sarà nella misura in cui Prandelli saprà calarsi subito nel contesto. L’ultimo Prandelli nel nostro campionato è quello che nel 2010 saluta la Fiorentina per andare a guidare la nazionale, una squadra reduce dal fallimentare Mondiale sudafricano del Lippi-Bis. Nel suo quinquennio viola Cesare raggiunge arriva 9° al primo anno, 6°, due volte 4° (e centra due storiche qualificazioni alla Champions) e 11°, poi il ciclo si chiude dopo aver toccato il punto più alto della sua esperienza a Firenze: gli ottavi di Champions contro il Bayern Monaco, in un doppio confronto con molte recriminazioni.
E’ il Prandelli che forgia piccoli campioni, che fa giocare bene la Fiorentina («Si vince con il bel gioco», è solito ripetere a quei tempi), che porta in giro il suo sano pragmatismo di tecnico (è stato figlioccio di Trapattoni quando era giocatore della Juventus) verniciandolo di una nuova modernità. Il «Prandelli-touch» è il marchio di fabbrica dell’Europeo, con Cesare che porta la nazionale fino alla finale, in una serata (a Kiev finisce 4-0 per la Spagna) che segna irrimediabilmente la distanza tra l’Italia e il resto del mondo che va avanti.

Il declino della nazionale comincia da lì. Il Mondiale in Brasile, con l’eliminazione al primo turno (vittoria con l’Inghilterra, sconfitte con Costa Rica e Uruguay) timbra la fine della sua esperienza azzurra (con grande senso di responsabilità, Prandelli si dimette). A quel punto la carriera del tecnico è di fronte a un bivio. Si sente pronto per una esperienza all’estero. Al Galatasary butta subito male (esonerato a novembre), dopo due anni di inattività ritenta la sorte a Valencia, ma anche stavolta - a fronte di risultati mediocri e di rinforzi mai arrivati - si dimette dopo pochi mesi. L’esperienza negli Emirati Arabi, all’Al-Nasr, lo allontana dal calcio vero, lo gratifica economicamente ma lo rende anche un corpo estraneo alla giostra dei cambi&ricambi in serie A.

Finchè non è arrivato il Genoa. Dal 2014 - cioè dal post-Mondiale brasiliano ad oggi - il bilancio di Prandelli, tra i vari campionati di Turchia, Spagna ed Emirati Arabi, parla di 30 panchine (12 vittorie, 6 pareggi e 12 sconfitte). Il punto più basso nella Liga: una sola vittoria in 8 partite sulla panchina del Valencia. Il Genoa rappresenta l’occasione di un riscatto per un allenatore che negli ultimi anni si è perso, ma che in passato aveva dimostrato la bontà del suo lavoro sul campo.