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Faceva un freddo cane quella sera a Pretoria. Diego era imbacuccato in un piumino over-size, spuntavano solo pochi riccioli e si poteva riconoscere solo dalla sua camminata caracollante in mezzo al campo. Estate 2010, il Mondiale in Sudafrica con Maradona commissario tecnico dell’Argentina di Messi. L’allenamento della Selecciòn stava finendo sotto i riflettori, in tribuna c’era un centinaio di giornalisti di tutto il mondo accompagnati, intorno al perimetro dal campo, da altrettanti fotografi. A un certo punto, mentre i giocatori stavano rientrando negli spogliatoi (Messi era l’ultimo ad andarsene), i fotografi sono impazziti, o almeno così è sembrato a noi dalla tribuna. Un centinaio di forsennati si sono messi a correre tutti insieme dietro a una porta, sballottando zaini, valigette e macchine fotografiche. Uno è ruzzolato sull’erba fradicia. In mezzo al campo lui, Diego, che si avvicinava a quella porta palleggiando, ovviamente. Era rotondo, aveva cinquant'anni, ma lo sguardo lo portava indietro nel tempo, come la sua insaziabile fame di gol.

Uno dei suoi assistenti ha messo le sagome di metallo dentro l’area di rigore, a un paio di metri dal limite. Maradona era ancora distante, ma si capiva dai gesti cosa stesse dicendo al malcapitato Romero, il portiere dell’Argentina. “Ora le calcio io le punizioni”. E in quel momento è iniziato uno spettacolo memorabile. “Te la metto lì”, gli diceva col ditino che sbucava dalle lunghe maniche del giaccone. E gliela metteva lì davvero, solo che Romero non ci arrivava. E’ andato avanti così per un quarto d’ora. Il suo portiere si è salvato due o tre volte con i pali e le traverse, un paio le ha parate e Diego lo ha applaudito. Tutte le altre sono finite in rete. Per noi il freddo di Pretoria è diventato il paradiso del calcio.