60
Il principe dei telecronisti del calcio, il più amato e il più elegante, l’inimitabile e per questo imitatissimo Bruno Pizzul, si confessa in un'intervista a Maurizio Crosetti, su Repubblica
 
Bruno, come va?
«Compatibilmente. Sapete, ho 85 anni, anche se mi difendo».

Quell’avverbio è il più usato, non trova?
«Inevitabilmente. E ne abbiamo piazzato un altro!»
Da dove nasce la sua proverbiale cura per la parola?
«Credo dal liceo classico, e da quel vezzo giovanile di mostrare il proprio bagaglio culturale. Ma il mio particolare rapporto con il lessico mi ha portato anche non poche critiche da parte chi mi chiedeva più enfasi. Io, però, ho sempre pensato che fosse importante cercare un lessico vario all’interno di situazioni un po’ ripetitive come quelle di una partita di calcio. Non me ne vanto, mi viene così. E’ un istinto. Il mio linguaggio sono io».

Quelli che amano l’enfasi, non hanno che da ascoltare le telecronache di oggi e saranno accontentati.
«Premetto che molti tra i miei giovani colleghi sono preparatissimi, però siamo sommersi da un diluvio di parole che distraggono e a volte infastidiscono, come se la partita non fosse al centro di tutto. Ho sempre pensato che la forma, quando ci si rivolge al vasto pubblico, sia anche sostanza. Non amo le frasi ridondanti, la valanga statistica e neppure l’uso smodato delle telecamere e delle inquadrature: rubano l’attenzione. Inoltre, oggi i giornalisti devono fare i conti con i social, a mio avviso un ingestibile vulcano di problemi».
 
L’eccesso riguarda anche la tivù?
«A volte è come se la televisione volesse solo parlare di sé stessa. Alcuni giornalisti anche bravi, in conduzione si atteggiano a showman, a comici. Tutto ciò che è autoreferenziale, in questo mestiere non va bene. Il cronista non è un attore».