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"Vedrete, ho le carte in regola".
Qaddumi sceicco barista e il fascino delle illusioni.
Aref (anagramma di Fare) per Fermare il declino. Della Roma (ma bastava, pare, Aurelio in panchina). Dell’Italia. Del mondo intero. Qaddumi, e sai cosa bevi. Più esattamente, che cosa ti stanno dando a bere. Poi, avrà ragione lui: la due diligence accerterà che le sue carte sono in regola, le sue società esistono, i suoi soldi sotto il materasso ammontano a un miliardo. Nell’attesa, è un diritto dubitare di Adnan Adel Aref Qaddumi, ultimo arrivato (in senso letterale e temporale) di una lunga lista di “uomini dei sogni”.

Starei per dire: di “farlocchi”, ma non posso. Ho una causa pendente con Joe Tacopina, risalente a quando doveva comprare il Bologna ma non si presentò al “closing”. Nella memoria del suo avvocato lamenta che quella definizione gli è rimasta incollata addosso e perfino nella campagna elettorale un candidato sindaco rinfacciò all’altro: «Sei più farlocco di Tacopina!». Ora, non vorrei che avvicinandosi le elezioni al Campidoglio qualcuno dei contendenti scomodasse Qaddumi, la cui favola avrà certo un diverso e lieto finale, e dicesse all’avversario: «Me pari ‘no sceicco barista».

Oscar Giannino aveva taroccato il suo curriculum al rialzo, Aref Qaddumi cerca credibilità sparando in basso: «Ho servito caffè e fatto pure l’imbianchino». Poi, se i decenni su questa Terra non son passati invano, uno trauscente, muta la ragione in istinto e, come insegna Malcom Gladwell in “Blink”, si fa un’opinione dovuta all’esperienza in un batter di ciglia. Guarda i costumi di scena di Giannino e, blink, non se lo vede a Harvard. Legge le credenziali di Qaddumi e, blink, sente odore di fumo. Un fumo che viene da lontano, quello dei ricordi remoti e prossimi. Mescola l’eredità del cane Gunther e il milione di posti di lavoro, l’oro di Dongo e Atlantide. Il popolo, quello che vota e quello che tifa, muore dalla voglia di credere.

Che qualcuno porterà trasparenza, onestà e un carico di sesterzi. È una voglia tanto inesausta da suscitare tenerezza per chi ancora sa esprimerla. Si stanca perfino il papa, resistono i fedeli, si ripetono le parabole e confidano nel Messia, quand’anche da Ponte Pattoli. E sì che a volte bastano i nomi, le facce, le messe in scena. Sono repliche di avanspettacoli che hanno battuto la provincia con gli stessi, ineluttabili esiti. Il Torino e i suoi sostenitori per un po’ s’arrabattarono intorno al giallo di Mister X, facoltoso ma ignoto acquirente.

Venne fuori che si trattava di tal Raffaele Ciuccariello, anche lui beneficiato da una sostanziosa quanto misteriosa eredità. Intervistato da Massimo Gramellini per “La Stampa”, presentò il figlio Norman come investigatore privato, disse che amava il Toro perché lo stesso anno della disgrazia di Superga era rimasto orfano e promise lo scudetto nel 2010. Poi sparì. Riapparve l’anno successivo a Como, alle 5 di un pomeriggio malinconico, in smoking, alla testa di un corteo di limousine e con 14 guardie del corpo. «Posso garantire che è una persona seria», disse il presidente poi inserì la segreteria telefonica e scomparve pure lui. Le ultime notizie di Ciuccariello lo danno insolvente per l’acquisto di una panetteria a Torino e, da ultimo, processato per aver comprato la discoteca “Privilege” di Airasca con un assegno scoperto.

Chi se lo sarebbe immaginato? E chi avrebbe mai immaginato che era un mattacchione quel Mimmo Barbaro che, nella lontana estate del 2001, sbocciò a Reggio Calabria dichiarando di voler comprare con la sua eredità tutte le società sportive cittadine per vincere tutti gli scudetti possibili. Per il basket maschile tentò di ingaggiare Recalcati e Carlton Myers con assegni in bianco. Per la pallavolo femminile contattò la Cacciatori e Julio Velasco.

Nessuno avanzò sospetti benché in conferenza stampa facesse distribuire una lista di domande gradite tra cui: «Qual è il suo colore preferito?». Alla fine dell’estate la sua famiglia riapparve e l’eredità svanì, insieme con il sogno di Reggio caput mundi. Più tardi tentò la politica, nelle liste del pd. Non so che cosa promise agli elettori. È che a volte, come accaduto al filosofo Vattimo, ci s’indebolisce il pensiero e si finisce per credere di credere. È uno slancio di disperazione, come quello di Charlie Brown quando prende la rincorsa per calciare il pallone che ogni volta Lucy gli toglie facendolo volare e ricadere. Ogni volta, ma se poi la volta in cui non credi, invece il pallone resta lì, al suo posto? E se lo sceicco barista Qaddumi fosse davvero l’erede di una fortuna regale che può far la Roma più bella e più superba che prima? Non so se è disillusione o consapevolezza, ma vorrei tanto, come il Giobbe di Joseph Roth riposarmi «dal peso della felicità».