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Il 29 giugno di venti anni fa il bosco verde dell’arte e della cultura perse uno dei suoi alberi più maestosi. Consumato da una depressione incurabile moriva Vittorio Gassman, l’attore e il regista e il romanziere che per anni aveva rappresentato uno dei pilastri dell’intellighenzia italiana.

Insieme con Sordi, Tognazzi e Mastroianni aveva formato il gruppo dei “Quattro Colonnelli” del cinema di casa nostra  che grazie a loro aveva fatto conoscere al mondo il genere della commedia all’italiana. Rispetto agli altri tre grandi, Gassman possedeva una marcia in più. Il suo talento spesso istrionico gli aveva permesso di frequentare non soltanto il set, ma anche il teatro d’autore e la televisione con il medesimo carisma. Fu per questo che venne battezzato “Il mattatore”.

Fu proprio la sua grandezza, vissuta sella pelle e dentro l’anima, ad essergli fatale. Come tutte le persone molto intelligenti e colte viveva la propria esistenza pubblica e privata sballottato tra mille contraddizioni e dubbi. La vita era un pozzo senza fondo alla fine del quale imperava il buio più assoluto. E in quel nulla nero come la pece affondò travolto da tutte le sue angosce e, forse, dalla consapevolezza del fatale decadimento che uno come lui non poteva accettare. 
L’ultimo atto della sua tragicommedia lo volle donare a uno dei suoi figli, Alessandro, per il quale allestì  nello Stabile di Genova un memorabile “Moby Dick”. Fu l’estremo acuto di un autentico fuoriclasse che sognava di andarsene, come peraltro avrebbe meritato, addormentandosi per sempre sul palco di un teatro come il suo modello artistico  Edmund Kean uno fra i più celebri interpreti shakespeariani della storia. Oggi, a venti anni dalla sua scomparsa, l’assenza del maestro pesa ancora.

E dire che la sua vita e la sua carriera avrebbero potuto essere altre. Gassman, fisico perfetto e carattere da combattente, da giovanissimo aveva rappresentato il futuro per il basket italiano. A diciannove  anni aveva esordito in nazionale come pivot, ruolo che ricopriva anche nella Bruno Mussolini la squadra di Serie A che il Duce aveva voluto intitolare al figlio morto in un incidente aereo. Gli eventi bellici interruppero il suo sogno sportivo e lui venne proiettato in teatro dove, appena ventenne, debuttò nella commedia “La nemica” di Dario Nicodemi per poi essere reclutato dal cinema in  “Riso amaro” accanto a Silvana Mangano.

Amara fu anche l’ultima esperienza di Gassman come campione di basket. Nella palestra allestita in una chiesa di Venezia, nel 1942 si giocava la finale per lo scudetto tra la Reyner e la Bruno Mussolini. Sul parquet c’era anche il giovane Vittorio, stella della squadra romana, che quel giorno disputò la peggior partita di tutta la sua carriera sportiva. In tribuna, a fare il tifo per i veneziani, c’erano anche Valentino Mazzola e il suo compagno Loik che ancora dovevano trasferirsi in quello che sarebbe diventato il Grande Torino. La squadra di Gassman perse con dodici punti di scarto. Per diventare “mattatore”, Vittorio doveva aspettare che il telone si aprisse su altre scenografie.