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Potrei scrivere cento articoli su quella volta che con Gianni Mura… L’ultimo sulla telefonata che mi fece in fondo poche ore prima di morire, forse dandomi, con una certa parola di un reciproco personalissimo lessico, un certo segnale tutto nostro e in quel caso triste. Ma siccome lui mi direbbe di non fare il cretino sciupando tempo e spazio per le nostre cosine e cosacce, e siccome intanto comincia una miniserie di amarcord speciali, parlo pardon scrivo d’altro, di altri. 

Comincio con  quella volta che ero riuscito – anno 1969 - a convincere i capi del quotidiano sportivo dove lavoravo, Tuttosport, delle molte sperimentazioni e dei pochi soldi, a mandarmi negli Usa (Florida e Texas, Cap Canaveral e Houston) per il lancio di Apollo  11, il vettore che – lo si prevedeva scientificamente, lo si avvertiva psicologicamente e sentimentalmente – avrebbe portato il primo uomo sulla Luna. Avevo detto che in fondo si trattava del possibile anzi probabile record mondiale di salto in alto! Di quei giorni ho già scritto qua e là, si capisce,anche in zona di ricorrenza speciale, cioè l’anno scorso quando c’è stato il compleanno, mezzo secolo da allora, dell’allunaggio dell’Aquila (una parte di Apollo, per semplificare) e del primo passo di Neil Armstrong sul suolo lunare, il 21 luglio, seguito dopo una ventina di minuti da Buzz Aldrin  Ho persino messo per iscritto quando e quanto abbracciai una giornalista colombiana piccolina e tremante più di me, ci facemmo il segno della croce mentre i motori dell’Apollo 11 terremotavano di vibrazioni la tribunetta dove avevano messo i giornalisti, abbastanza vicino al sacro fuoco dei razzi. 

Ho tentato  più di una volta di evocare con ardore cronistico e riguardo storico quei giorni di felici stupori, di costanti fervori, tutti noi consci di stare vivendo, da testimoni privilegiati, un evento straordinario. Ho ricordato grandi giornalisti e grandi scrittori italiani tutti sul posto impegnatissimi anche in vista del rito (ormai desueto) dell’”io c’ero”, ho detto della soggezione che nei loro riguardi avevo, io giovane e inesperto e emozionato nonché, cosa un bel po’ banalizzante, palesemente molto intento a ringraziare Dio, che mi aveva permesso essere lì. Ho persino osato scrivere che la grande (davvero, davverissimo) Oriana Fallaci, da me pensata praticamente sorella degli  astronauti Armstrong, Aldrin e Colllins da come se li era spupazzati in tanti articoli pre-Apollo 11, in realtà là mi era parsa con loro timida e spaurita, ben diversa da come si era raccontata. Insomma vicina a me, non solo per iscrizione all’albo dei giornalisti, a me che ringraziavo i miei dei poveri che erano riusciti a trovarmi dove dormire prima a Cap Cavaneral (il lancio) poi a Houston (la Nasa), un stanzuccia di motel da amore ad ore che spartivo con due colleghi italiani, due  “nip” come me (nip, il contrario di vip: non important person, in tanti ce lo fecero capire subito).
Ho scritto molto, ma rispolverando la memoria mi accorgo di due lacune o quanto meno carenze: 

1) Non ho mai capito sino in fondo il privilegio di cenare quasi regolarmente con Ruggero Orlando, il grande della Rai radiotelevisione italiana, amico d’infanzia di un mio amico di New York siciliano come lui, Orlando che avrebbe litigato in diretta con Tito Stagno per essere il primo a dire di Armstrong calpestatore di quel suolo “altro”. A Ruggero avevo presentato Luigi  Gianoli, inviato della Gazzetta dello Sport (il terzo della stanzuccia era Sergio Neri del Corriere dello Sport, amico di gioventù), Gianoli musicologo ancora più di Orlando. I due finivano ogni cena intonando romanze celebri, io per niente musicale guardavo - rapito e non rapitore , anzi - Maria Brosio della Rai di New York, se non sbaglio la stessa intervistata l’anno scorso per i cinquant’anni: era bellissima e distantissima,  curava il lavoro di Ruggero Orlando, fossi pittore la dipingere per musealizzare quei giorni, lei dea ed io ebete.

 2) Perdevo del tempo teoricamente prezioso con un giornalista francese (mamma siciliana però)  del Figaro, foglio parigino di prestigio grande, si chiamava Daniel Garric, mi divertiva. Con un paio di suoi colleghi aveva scritto e messo in bacheca al centro stampa una guida pratica per capire se un astronauta se l’era fatta addosso dentro lo scafandro, bastava guardare attentamente come camminava e valutare certe mosse. Daniel mi diceva che entro mica tanti anni tutti saremmo stati legati, sino alla schiavitù, ad un coso che lui chiamava in francese ordinateur e che però il mondo  anglosassone chiamava computer. Gli dicevo di andare a farsi benedire lui e quell’inutile coso, lo facevo parlare d‘altro, e così seppi che a Parigi aveva avuto per qualche tempo una moglie che dopo il divorzio aveva sposato – nel 1968, un anno prima, un italiano bravino assai a fare il telepresentatore, si chiamava Mike Bongiorno (e lei, se ricordo, Anna Rita Torsello). Pensavo di rovistarlo,farmi dire cose per un qualche scoop clamoroso, anche se non imperava ancora Barbara D’Urso, che è del 1967. Poi però mi feci doverosamente sommergere dall’attualità astronautica, non approfondii la vicenda (conoscevo il grande Mike Bongiorno ma questa cosa non gliela dissi mai, d’altronde nel 1970 il matrimonio parigino era già finito), la ripesco adesso come da un cratere lunare e penso a cosa mi persi e feci perdere ai miei poveri lettori.