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Vento fresco che sa di mare e ha l’aria di un’impresa: solo questo assaggeranno di Lisbona i 26 giocatori dell’Atalanta, asserragliati sotto strettissima sorveglianza nel loro hotel di lusso verticale, a 7 minuti dall’Estàdio da Luz e ad altrettanti dall’aeroporto.
 
L’umidità soffocante che si appiccica ai bergamaschi ‘de hura e de hota’ in pieno agosto, qui è solo un ricordo lontano, e chissà se anche il tempo atmosferico sarà determinante domani sera nella gara secca contro il Psg. Di sicuro lo è il clima, di festa e di attesa, che si respira da questa mattina tra le Avenida della capitale portoghese. Una città che vive di pesce e calcio per 365 giorni l’anno, orgogliosa di ospitare la prima Final Eight della storia della Champions League.
 
Se nello stadio della luce le stelle Neymar e Gomez sembreranno brillare di meno senza le ovazioni e gli applausi dei loro tifosi, sarà un abbaglio. Perché al di là dello scheletro rosso del suoi impianto, il cuore pulsante di Lisbona batte per Atalanta-Psg. Una cinquantina i sostenitori della Dea che già ieri sera hanno traghettato i loro trolley nerazzurri sui continui saliscendi della città della Champions. 
 
La prima tappa è la città vecchia che domina il mare, per raggiungere e chiedere un miracolo a Sant’Antonio, in cima a una scalinata che non spaventa, ma che ricorda la scalata europea della più piccola delle grandi. Ci sono tanti italiani a Lisbona, alla vigilia della partita più importante della Storia bergamasca, ma alcuni hanno il riconoscibilissimo accento piemontese: Tanto è estate, avevamo le ferie, e Lisbona non l’avevamo mai vista”, dicono. La realtà è che non pensavano proprio che una francese li fregasse così, e adesso cercano vendetta tifando Dea. Come i tanti, troppi, venditori ambulanti portoghesi che, mentre cercano di rifilarti un braccialetto di cuoio e corda, gridano "Forza Atalanta, speriamo che passi l’Italia!”.
 
Sì, dovunque ti muovi nella città, tra palazzi milionari e case diroccate una sull’altra, locande e locali pubblicizzano la gara di domani, e i coraggiosi atalantini venuti fin qua hanno l’imbarazzo della scelta. E di bergamaschi ce ne sono anche parecchi che a Lisbona hanno fissa dimora già da qualche anno, dopo il trasferimento di nonni e genitori, perché qui le tasse sulla pensione non le paghi o le paghi poco (10%). 
 
Ma i maxi schermi tra le casette colorate e i murales del centro attirano poco i sognatori atalantini, che l’impresa contro il Psg la vogliono respirare a pieni polmoni. Per questo hanno già deciso che domani, dalle 18 in poi (qua si è un’ora indietro…), orbiteranno attorno allo stadio del Benfica, per sentire l’inno Champions e le grida di mister Gasperini che intimano a Zapata di affondare Navas. 
 
L’esterno dello stadio sarà anche meta, purtroppo, di alcuni giornalisti, perché dopo i due casi di coronavirus nell’Atletico Madrid, l’Uefa ha fatto un passo indietro e ha alzato ancora di più le barricate: solo 9 italiani e 9 francesi della stampa dentro lo stadio, tutti gli altri fuori. L’entourage della squadra non può mettere piede oltre la porta dell’hotel, e vigilanti massicci e minacciosi tengono lontano i curiosi. Niente è lasciato al caso, un altro positivo e il castello così faticosamente tenuto in piedi crollerebbe al suolo: la conferenza stampa raccoglierà domande in via telematica, le rifiniture sono blindate. Al Pina Manique, campo d’allenamento riservato alla Dea, è inutile andarci: un pesante cancello di ferro sbarra l’ingresso e se ti avvicini troppo per carpire il posizionamento del Papu, la guardia se ne accorge subito e ti intima al dietrofront non tanto amichevolmente.
 
Ma agli atalantini non importa, loro sono già felici così oggi, in giro per Lisbona con il cuore a mille e un materasso intatto perché di dormire queste notti non se ne parla. Ma di porsi limiti non ci pensano proprio: non gli basta che la Dea sia l’unica italiana tra le prime 8, la vogliono tra le prime 4. A costo di spennarsi e rimanere a Lisbona un’altra settimana (la semifinale sarebbe il 18 agosto). Intanto raggiungono Eusébio da Silva Ferreira fuori dal da Luz per calciare il suo Pallone D’Oro. Un selfie che, comunque vada, inseriranno nell’album dei ricordi, per raccontare un giorno ai loro nipoti di quell’impresa impossibile.