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Claudio Ranieri festeggia i settant'anni su una panchina. E già questo è un lusso, un privilegio, una fortuna, certo; ma anche un premio alla sua ostinata forza di volontà e alla serietà che l’ha sempre accompagnato. La nuova avventura inglese, con il Watford, non è cominciata bene: sconfitta larga, 0-5 in casa contro il Liverpool. Ci sta, direbbe lui. Ci può stare. Perché per chi «si sente giovane» come ha spiegato, il futuro è un territorio dove tutto è possibile e allora ripartire dalla Premier League, per lui, deve essere sembrato naturale. 

Non lasciatevi ingannare dall’aplomb britannico (è il caso di dirlo), perché mai come stavolta l'apparenza inganna. Ranieri - così impeccabile quando argomenta di calcio, così elegante nel porgersi, così pronto a confrontarsi su tutto - sa essere un duro, uno che ha gestito spogliatoi bollenti, uno capace di confrontarsi con i campioni, senza arretrare di mezzo metro. Per tutti gli episodi che lo riguardano ne basti uno: quando durante un derby sostituì contemporaneamente Totti e De Rossi, lasciandoli nello spogliatoio all'intervallo. Stava sotto 1-0 contro la Lazio di Edy Reja. Ebbene: quel derby lo vinse 2-1, con doppietta del neo-entrato Vucinic. Ne uscì vincitore e vengono i brividi a pensare a cosa sarebbe successo se invece quella partita l'avesse persa. E’ uno che sa di calcio, questo signore figlio del macellaio di Testaccio, per questo veniva chiamato «Er Fettina» dai suoi compagni all'inizio di carriera.

E’ uno che il calcio - quello degli anni 70 - l’ha frequentato da calciatore (gli anni migliori a Catanzaro, dove ha mantenuto gli amici di tutta una vita, quelli del cerchio magico con cui passa vacanze e momenti liberi); ed è uno che il calcio - da allenatore - ha cominciato a viverlo fin da giovanissimo. Aveva 37 anni quando andò a sedersi sulla panchina del Cagliari, reduce da due sole stagioni con il Vigor Lamezia (Serie D) e Campania Puteolana (Serie C1). Il Cagliari all'epoca, era il 1987, era una nobile decaduta, finita addirittura in Serie C. Alla sua prima esperienza vera, Ranieri fece un miracolo, con una doppia promozione - dalla C alla A - che ancora oggi viene ricordata dai tifosi sardi come un momento irripetibile.
Quell'impresa fa sorridere, se si rapporta a quanto Ranieri ha fatto quasi trent'anni dopo, andando a vincere la Premier League con la più improbabile delle squadre, il Leicester, e firmando una pagina memorabile nella storia del calcio inglese. Fa sorridere ma - anche stavolta - bisogna considerare che per Ranieri tutto entra nella centrifuga della vita, tutto si mescola, tutto serve a crescere. E se il rimpianto più grande è sicuramente lo scudetto mancato d'un soffio alla guida della sua Roma, ecco che nel curriculum brillano anche le prime esperienze all’estero. Perché - ed è un merito - Ranieri è un allenatore che si è sempre messo in gioco, appena ne ha avuta l'opportunità e appena ha colto la possibilità di fare un passo avanti nel percorso della sua carriera. Dal 1997 al 2005 - dopo le esperienze italiane con Napoli e Fiorentina - Ranieri ha allenato fuori dall'Italia. Valencia per un biennio, Atletico Madrid per quasi un intero campionato, Chelsea per quattro anni, ancora Valencia. Solo a Valencia ha messo in bacheca trofei (Coppa di Spagna, Intertoto, Supercoppa europea), ma è a Stamford Bridge che gli è stato riconosciuto il merito di aver lasciato una traccia profonda, per come ha saputo alzare il livello del Chelsea e averlo accompagnato ad un passo dal definitivo salto di qualità (che poi sarebbe arrivato con José Mourinho). 

Di Ranieri piace lo stile, qualità rara. Piace il modo in cui affronta i trionfi e i fallimenti. Piace la pulizia del percorso professionale. Piace pensarlo - anche e finalmente - sulla panchina della Nazionale, magari dopo il Mondiale in Qatar. Una suggestione? Chissà. In tutti questi anni di carriera - e ormai sono 35, una sola volta Ranieri si è concesso una stagione di pausa. Nel 2014-15. Aveva già l’età per la pensione (63 anni), veniva dall'esperienza di Monaco, 2° in Ligue 1 alle spalle del Psg; sembrava che il calcio non avesse più bisogno di lui. E invece Ranieri seppe trasformare quello stop in una rincorsa, seppe riaccendere il fuoco dell'entusiasmo, seppe mettere la prolunga alla carriera. Nell'estate del 2015 andava a sedersi sulla panchina del Leicester. Gary Lineker, ieri campione negli anni 80 e 90, oggi il più brillante e credibile opinionista inglese, twittò sui social tutto il suo stupore: «Ranieri chi?». Ecco: Ranieri chi quell’anno diede la conferma che il calcio - ogni tanto - sa essere ancora una favola. Basta aver voglia di crederci, raccontarla in un certo modo e trovare qualcuno che sappia ascoltare.