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Esattamente un anno fa nell’ospedale di Oviedo, in Spagna, moriva ucciso dal Covid19 Luis Sepulveda. Il mondo intero restava orfano di un eccezionale intellettuale popolare e popolano il quale con i suoi romanzi e le sue poesie aveva dimostrato quanto e in quale misura l’uso della parola potesse rappresentare un’arma quanto mai efficace per reagire e combattere le storture sociali e politiche provocate dall’ingiustizia. Esule dal suo Cile devastato dalla dittatura di Pinochet visse l’intera sua vita, troppo breve, operando affinché le sue opere apparentemente favolistiche, come “La gabbianella e il gatto”, possedessero la potenza dirompente di una bomba “pulita e amica” nelle mani di grandi e bambini.

Era un grande sognatore, Sepulveda. Come tale un appassionato del gioco del calcio che, per lui, rappresentava la fabbrica ideale del sogni. Un amore, quello per il pallone, nato in un bordello di Santiago nel 1962 quando in Cile si giocavano i Mondiali e in casa Sepulveda non c’era la televisione. Suo padre lo portò con sé al  “casino” dove i clienti potevano vedere le partite grazie al un televisore messo a disposizione dalla gentile maitresse. Il ragazzino perse la verginità e diventò un grande tifoso. Tentò anche la carriera di calciatore, ma gli piacevano troppo le giovani fanciulle e lasciò perdere. Una botta di fortuna per il mondo che, in lui, ebbe un faro culturale di enorme peso.
La passione per il calcio non venne, comunque, ammorbidita dal lavoro intellettuale. Sepulveda rimase per sempre un attento e competente conoscitore di quel gioco che per lui, al pari della letteratura, era lo strumento per trasformare i sogni in realtà. Un canone che lo spingeva ad adorare i campioni provvisti di cuore e di anima e a detestare tutti coloro i quali esercitavano la professione più bella del mondo anteponendo la ragione speculatrice alla fantasia. Aveva un debole per Manè Garrincha e osservava distrattamente Pelè. Jasin era il suo idolo internazionale e Jorge Toro la sua “stella” di casa. Un mito addirittura il centrocampista cileno Carlos Caszely che fedele ai suoi ideali di sinistra, si rifiutò distringere la mano a Pinochet.

Il cuore di Sepulveda batteva forte per la squadra spagnola dello Sporting Gijon, la formazione di minatori antifranchisti, e per la Roma di Zeman allenatore visionario e onesto come lui. Poi, nel tempo, celebrò altri due tecnici rivoluzionari come Marcelo Bielsa e Pep Guardiola. Alla fine le sue attenzioni e la sua simpatia le riservò quasi unicamente per Leo Messi il quale rappresentava l’esatto contrario di Cristiano Ronaldo che lui non sopportava e persino detestava per quel suo essere, come Mourinho, il modello di un calcio che sa fare gol ma che non permette di sognare.