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Sono stato abituato “male”. Nel senso che oggi ai ragazzi non capita più. Mi svegliavo, al mattino, e a fianco della tazza per il caffelatte con dentro il pane raffermo e buonissimo del giorno prima trovavo la “mazzetta” composta da almeno tre quotidiani. Due generalisti, “La Stampa” e “La Gazzetta del Popolo” e “Tuttosport” il giornale sportivo che si diceva l’avvocato Agnelli fosse solito sfogliare e leggere alle sei del mattino subito dopo aver dato un’occhiata professionalmente interessata al “Financial Time”. 

Mio papà lavorava di notte e prima di tornare a casa faceva tappa puntuale da “Gaetano” che per sbarcare il lunario vendeva i giornali, appena usciti, davanti all’ingresso della stazione di Porta Nuova a Torino. Sicchè quella del pane, caffelatte e notizie assortite era un abitudine irrinunciabile. I fogli dei quotidiani trasudavano ancora inchiostro e il loro profumo di tipografia era inconfondibile. Uscivo di casa per andare scuola informato, nel dettaglio, su tutto ciò che nel mondo era accaduto il giorno prima. Mi sentivo più ricco e quindi appagato. Un vero peccato che, soffocati dalla sbrigativa informazione telematica da una botta e via senza apprfondimento, i quotidiani tendano sempre più a scomparire dalle nostre abitazioni. Uno schiaffo alla cultura o anche soltanto alla conoscenza che non è degno di un mondo civile.
Prendere in mano un giornale, oggi, piuttosto che accendere la tivù, dar vita al computer o avviare il tablet significa doversi confrontare puntualmente con il resoconto dell’umana ferocia e della follia incontrollabile. Non vi è alba, ormai, che arrivi senza illuminare scene di morti e di terrore in arrivo da ogni angolo del mondo. Da almeno dieci anni a questa parte i titoli a nove colonne delle prime pagine sono occupati dall’assordante e agghiacciante silenzio meditativo che ciascuno di noi esercita leggendo fatti e misfatti provocati dalla “nostra bomba quotidiana”. 
Ieri, oggi e probabilmente anche domani senza soluzione di continuità con le firme di autori diversi scritti sotto la tragedia che accumula, come poveri capretti sgozzati, vittime tutte eguali per la loro innocenza: uomini, donne e bambini per i quali sul selciato verrà lasciato un fiore destinato anche lui ad appassire insieme con il ricordo. Terroristi professionali, giovani indottrinati o invasati, killer prezzolati, anche soltanto psicopatici o pazzi furiosi. La figura dell’assassino è ormai difficile da tracciare, salvo rivendicazioni ufficiali in arrivo dal Califfato. La cosa  peggiore, orribile direi, è che a tempi medio-lunghi (ma anche brevi purtroppo) il virus dell’abitudine malsana possa andare a intaccare le nostre cellule della ragione trasformando lentamente ma inesorabilmente il disgusto per il Male in una forma di abitudine al Male fino a rendere normale l’assurdità di doverci confrontare con i “nostri morti quotidiani”. Un poco come accade con le vittime, anche loro innocenti, delle carrette del mare che non arrivano a destinazione riducendo i disperati che le occupano a cibo per i pesci. Ci limitiamo sempre di più a “fare la conta”, quasi con indifferenza o distrazione. Orribile.

E allora mi torna in mente un certo passato, neppure lontanissimo in quanto a cifra temporale anche se di fatto sembra jurassico, in un televisivamente il termine “bomba” riguardava soprattutto un evento sportivo e più specificatamente calcistico. Erano quelle che, innescate da Aldo Biscardi, venivano fatte esplodere dal bizzarro e buon amico che non c’è più , Maurizio Mosca, il quale poco alla volta aveva trasformato la professione del giornalista “puro” anche in quella dello show man. Non voglio essere dissacrante e né minimamente mortificare la memoria delle vittime per le nostre stragi quotidiane, ma quelle “bombe” di mercato calcistico (che noi tanto criticavamo dal punto di vista deontologico) esplodendo dentro il  piccolo schermo portavano nelle nostre case una ventata di allegria o comunque di divertimento fanciullesco. Erano le grandi e belle frottole che ci regalavano e che ci strappavano un sorriso. Andavamo a letto e ci svegliavamo più allegri. Ora, invece, ogni mattina ci viene da piangere.