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Dei tre olandesi del Milan di Sacchi, è stato quello su cui si è posata meno luce. Era calamitata altrove: dal fascino feroce di Gullit, dall’arte fragile di Van Basten. Ma se c’è stato un campione capace di essere fondamentale in quella squadra perfetta, quell’uomo si chiama Frank Rijkaard e oggi compie 60 anni. Strano tipo di calciatore, in un calcio che in quegli anni - tra gli 80 e i 90 - stava cambiando pelle, mescolando i ruoli e - tra pressing e fuorigioco sistematico - alzando il ritmo del gioco. Rijkaard era un mediano, faceva benissimo la mezzala, all’occorrenza persino il centrale, come venne utilizzato anche in Nazionale, al fianco di un altro monumento come Ronald Koeman. Lo aiutava un fisico possente ma - soprattutto - quella straordinaria qualità che hanno in dote pochi eletti: leggeva il gioco come nessuno, era sempre al posto giusto al momento giusto, due tocchi e via, al compagno più vicino. Tatticamente: la perfezione. Fortissimo nei contrasti, recuperava palloni su palloni, rilanciava l’azione alzando appena la testa. E poi - flash della memoria - quando scatenava quella falcata da quattrocentista era davvero uno spettacolo: andate a rivedere il gol con cui a Vienna piega il Benfica e consegna al Milan la Coppa dei Campioni del 1990. 

I suoi anni migliori sono stati quelli al Milan, prima con Sacchi e poi con Capello. E’ noto: Berlusconi avrebbe voluto l’argentino Borghi, anzi l’aveva già preso, ma Sacchi si imputò - di Borghi non sapeva che farsene - e alla fine convinse il presidente che l’unica pedina di cui aveva bisogno era questo olandesone nato ad Amsterdam - i genitori erano originari del Suriname - cresciuto nell’Ajax e di passaggio alla Real Saragozza (in Spagna si infortunò e fu costretto a saltare gran parte della stagione). Il Milan lo pagò 5,6 miliardi di lire. Aveva appena vinto l’Europeo 1988 con l’Olanda. Furono cinque i favolosi anni in rossonero e poi di nuovo a casa, dai Lancieri, a chiudere il cerchio. Due scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali: luccicante la bacheca impreziosita negli anni rossoneri, ma non va dimenticato che - prima e dopo - con l’Ajax ha vinto un’altra Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e addirittura sei titoli di Eredivisie. 
Timido, quasi ombroso, un pigro da combattimento, con quell’aria assonnata che hanno certi giocatori di basket americani quando vengono a giocare in Italia: tre mogli, quattro figli e una macchia brutta in un percorso professionale solido. Ci riferiamo allo sputo al centravanti tedesco Voeller, durante Germania-Olanda ai Mondiali del 1990, quelli delle otto Magiche organizzati dall’Italia. La sua carriera da allenatore è durata una quindicina d’anni, ma al netto delle fugaci esperienze con Sparta Rotterdam, Galatasaray e Nazionale dell’Arabia Saudita; due sono le tappe più significative. Rijkaard - cresciuto all’ombra di Guus Hiddink - è stato CT dell’Olanda fermata ad Euro 2000 nella semifinale casalinga dall’Italia di Zoff: è il pomeriggio di “Mo je faccio er cucchiaio” di Totti e di Toldo che para anche le mosche. E poi ha vissuto un quinquennio di prestigio al Barcellona dove ha vinto due volte la Liga (2005 e 2006), ha portato a casa la Champions League (2006, era la squadra di Eto’o, Ronaldinho, Van Bommel, Puyol che in finale sconfisse l’Arsenal) e ha messo la primogenitura sul debutto di Leo Messi. Gli va riconosciuto un grande merito: è sceso dalla giostra quando ha voluto lui. A cinquant’anni ha praticamente smesso di allenare. Si è stancato, non aveva più voglia. Preferiva dedicarsi ad altro, nonostante le offerte non mancassero. Da allora sono passati dieci anni e Rijkaard non ci ha mai ripensato: giù il cappello a chi non torna sui propri passi e trova vita anche fuori dal perimetro di gioco.